numero  27  aprile 2002
 
Sinistra in movimento 
 
UNO  SPARTIACQUE
 
Lucio Magri
  
 
Per un eccesso di prudenza, ci eravamo sbagliati dicendo: Un’altra opposizione è possibile. Dopo poco tempo si potrebbe ormai dire che un’altra opposizione è in cammino. Il clima del paese sta cambiando. Il 23 marzo è uno spartiacque.
 
Per valutare di cosa si tratta, a che punto siamo in questo cammino, le opportunità che si offrono come gli ostacoli che si frappongono, è utile ricostruire in breve i vari passaggi e i vari elementi che hanno trasformato un’opposizione, ancora vasta per numero di elettori ma astiosamente divisa e nel complesso disorientata e avvilita, in un popolo che rabbiosamente reagisce alla sconfitta, risponde all’aggressione arrogante del nuovo potere e riscopre la voglia della politica, la volontà di battersi e di partecipare, la capacità di esprimersi, ogni giorno e in ogni luogo, senza aspettare le prossime elezioni, né attendersi dall’alto che ‘un dio ci salvi’.
 
 
1. Il motore di avviamento di questo processo è stato il movimento che, riduttivamente, viene nominato ‘no-global’. Anche chi, ammaestrato da lontane esperienze, non ne fa un ‘mito’ e non ne nasconde contraddizioni e immaturità, non solo deve ormai coglierne le potenzialità, ma capire il valore della novità che esso ha già introdotto. Il fatto cioè di un movimento che è anzitutto internazionale, che produce una rottura culturale e morale, rovescia radicalmente l’agenda della politica riportando al primo posto i veri e grandi problemi dell’epoca in cui viviamo, e li riconnette con la pratica individuale e collettiva di grandi masse. E proprio perciò tende a ridare alla politica la grandezza che aveva assunto negli ultimi secoli: il carattere cioè non di una professione rivolta alla buona amministrazione delle istituzioni esistenti, ma di una attività collettiva, animata di grandi ideali, rivolta a cambiare, razionalmente e per quanto storicamente possibile, la società nel suo insieme. Non ‘un paese normale’, ma un ‘mondo diverso’. L’obiettivo è lontano, l’esito incerto, contenuti e strumenti restano da definire, e non possono essere ripescati dal passato: ma il problema è rimesso all’ordine del giorno, con una consapevolezza, e con un tale riscontro nella realtà circostante da non poter essere misconosciuto, né rimosso, anche da coloro che vi sono più lontani, o che se ne possono sentire minacciati. Il. ‘pensiero unico’ non solo è finalmente incrinato, ma di nuovo è costretto a ripararsi prevalentemente dietro la forza del potere stabilito, o far leva sull’apatia e i lati oscuri del senso comune.
 
Questo movimento non è nato in Italia. Anzi in Italia, soprattutto sul piano culturale, è giunto in ritardo: per le vicende tormentate dell’ultimo decennio, per il peso di una sconfitta più lentamente digerita, e per la necessità di una resistenza ancora necessaria e alla fine non inutile. Ma in Italia, quando è emerso, esso ha subito mostrato (non a caso, ma per tradizioni assopite ma non cancellate di partecipazione politica) una particolare capacità di mettere radici, di conquistare buona parte di una nuova generazione, di coinvolgere non solo diversi soggetti sociali ma anche diverse componenti culturali. Quasi solo in Italia, già da Genova e Assisi, esso ha trovato rispondenza in un’opinione democratica diffusa e minacciata, e in un disagio operaio non arreso. Ancora una minoranza certo, composita e in ogni momento da ricomporre, ma non una minoranza ghettizzata. E solo in Italia, infatti, l’irrompere sulla scena della guerra non ha costituito un blocco, ma quasi un moltiplicatore, della sua maturazione.
 
 
 
2. Aiutata certamente da questo impulso, ma contemporaneamente per strade proprie, e spinta dalla necessità di reagire a un’offensiva reazionaria in pieno svolgimento e di cui sono il primo bersaglio, si è poi aperta una nuova stagione del movimento dei lavoratori. Non era e non è, per tutte le ragioni che sappiamo (la composizione di classe, la penetrazione culturale dell’avversario) un fatto scontato. L’itinerario è stato infatti in ogni momento tortuoso e difficile. Prima la reazione dei metalmeccanici a quella che sembrava essere una nuova sconfitta: l’accordo separato sul contratto, su un contenzioso apparentemente più di principio che non di rivendicazioni immediate, ma il cui valore è stato compreso dalla maggioranza dei lavoratori, tanto da portarli a scioperare a rischio dell’isolamento. Poi l’allargamento del fronte sul tema dell’Art.18, della flessibilità e delle deleghe, temi sui quali confederazioni e partiti di sinistra, quando erano al governo, avevano seminato più dubbi che certezze e tuttora esitavano a schierarsi. Una battaglia che era vitale per il sindacato ma altrettanto sul terreno politico, come difesa della democrazia, e non a caso si è estesa nella richiesta di un pronunciamento sulla guerra. Quella spinta è cresciuta dal basso, nei congressi locali della Cgil, fino a trascinare il suo vertice ma via via coinvolgendo anche la base delle altre organizzazioni, e strati anche dei ‘nuovi lavori’, al punto di tradursi nella decisione di uno sciopero generale così condivisa da strappare il consenso anche ai riluttanti. Uno sciopero generale, promosso da una sola Confederazione, come non avveniva da decenni, e come non si è mai conosciuto in nessun altro paese dell’Occidente. Non erano quegli stessi lavoratori che, ci dicevano i sondaggisti, pochi mesi prima avevano in buona parte votato Berlusconi?
 
Una novità dunque, dirompente: qualcosa che in qualche misura ricorda quella contemporaneità tra contestazione studentesca e ripresa operaia che costituì la specificità del ‘68 italiano e ne garantì la durata.
 
 
 
3. Infine, il movimento chiamato ‘dei girotondi’. Altri soggetti sociali, altre tematiche. Proprio per questo esso è stato sorprendente, su di esso più incerti sono rimasti l’analisi e il giudizio. C’è chi dapprima vi ha visto solo una manifestazione di disagio tutto interno all’Ulivo, casualmente catalizzato da gesti improvvisati e operazioni mediatiche: movimento occasionale dunque, limitato negli obiettivi, e perciò facilmente recuperabile con un recupero strumentale delle sue critiche. C’è invece chi, all’estrema sinistra, ha non solo manifestato scetticismo, ma fastidio e diffidenza: movimento di ceti medi, – si diceva – gente che ha avuto grandi reticenze nel recente passato e mantiene perduranti ambiguità.
 
È quindi doveroso azzardare un’opinione più meditata. È un movimento con una base sociale e generazionale ben precisa. La partecipazione dei giovanissimi vi è minoritaria, ancor più quella popolare; ma parlare di ‘medi ceti’ è troppo generico e fuorviante, parlare di ‘intellettuali’, nel senso tradizionale, è riduttivo. In campo – prevalentemente – è un’intellettualità diffusa, di massa: insegnanti di ogni grado, magistrati, tecnici dell’amministrazione pubblica o nuove figure ad elevata qualifica ma comunque parte del lavoro dipendente, anche lavoratori autonomi di alta professionalità ma di tipo moderno, ben più che commercianti e piccoli imprenditori; generazioni da tempo politicamente attive anche se ormai marginali rispetto alle organizzazioni esistenti, gente dunque che si autodefinisce ‘moderata’, che ha avuto fiducia nell’Ulivo anche se aspramente ne critica scelte e conduzione. La piattaforma che in partenza lo ha mobilitato è, molto selettivamente, concentrata sui temi della democrazia e della legalità, la critica è rivolta soprattutto contro una ricorrente tendenza a ricercare il dialogo e a tentare il compromesso con il berlusconismo, e contro il carattere separato e autoreferenziale del ceto politico. In questo senso la forma organizzativa dell’autoconvocazione, il rifiuto del leaderismo e di ogni struttura centralizzata e permanente sono elementi caratterizzanti, di per sé un contenuto: critica non solo di una politica, ma dell’attuale modo di far politica. È l’espressione insomma di un’opinione pubblica nettamente riformista ma non corporativa e radicalmente democratica.
 
Di per sé tutto ciò non costituisce un limite di cui diffidare: la ‘questione democratica’ è realmente, in questo momento, una emergenza, e chi segnala come prioritari i temi della giustizia o dell’informazione porta un contributo specifico all’opposizione, che in generale li ha sottovalutati. 
 
I limiti sui quali è legittimo discutere, e con i quali questo stesso movimento dovrebbe misurarsi sono altri. Da una parte una evidente riluttanza di questi ceti – che non sono affatto politicamente vergini e non hanno diritto all’ingenuità – ad accompagnare la richiesta di autocritica energicamente rivolta ai loro rappresentanti politici, con una riflessione autocritica su se stessi, sul ruolo che hanno avuto nel recente passato: ad esempio il sostegno che, spesso in buona fede, hanno attivamente dato a quella spinta indistinta e travolgente verso una ‘riforma’ del sistema istituzionale in senso maggioritario, al mito della società civile buona contrapposta alla società politica corrotta, che ha portato non a caso a quel leaderismo, a quella ulteriore professionalizzazione della politica, a quella omologazione tra gli schieramenti, su cui il berlusconismo ha prosperato e su cui cammina una crisi democratica anche in tutto l’Occidente.
 
D’altra parte, e soprattutto, l’incapacità di andare intellettualmente a fondo sulla stessa questione democratica, di coglierne il nesso e le implicazioni sempre più evidenti su terreni più vasti e processi più strutturali: ad esempio il nesso tra diritti politici e diritti sociali, o quello tra la legalità interna e l’ordine internazionale (la sottaciuta questione della guerra).
 
Ma è proprio la dinamica stessa del movimento che può spingere, già spinge, a superare tali limiti di partenza, se trova interlocutori, ascolto, iniziative coinvolgenti. Non è un caso che in poche settimane sia arrivato a solidarizzare con lo sciopero generale sull’Art. 18, o sulle deleghe, gente che aveva a lungo accettato i luoghi comuni dominanti sul tema della flessibilità o le critiche demolitorie dello Stato sociale. Né che in ogni manifestazione o assemblea risulti emergere dal basso, graduale ma significativa, una radicalizzazione politica.
 
Proprio qui sta, a mio parere, in prospettiva, il maggiore interesse di questa esperienza. Nel senso che essa offre una prova concreta che esiste una strada percorribile per conquistare ad una prospettiva seriamente riformatrice una parte almeno di forze socialmente e culturalmente intermedie; una strada diversa da quella della occupazione del centro sperimentata da D’Alema; dimostra insomma che chiavi di una maggioranza alternativa futura non sono necessariamente quelle del consenso legittimante della Confindustria e del Dipartimento di Stato.
 
4. Questo insieme di movimenti diversi – cui il 23 marzo ha fatto compiere un salto di qualità – ha già prodotto novità non piccole anche nelle forze politiche.
 
 
Nel mondo Ds sono evidenti spostamenti – se non ancora di strategia – di atteggiamenti e di comportamenti, in direzione di una opposizione più risoluta e di una demarcazione più netta nei confronti del governo, delle sue scelte concrete e della cultura che lo ispira. Comunque un grande subbuglio. Il congresso di Pesaro è, nei fatti, ormai archiviato. Non solo perché il suo ‘vincitore’, D’Alema, appare non a caso, anche oltre il segno, il capro espiatorio di ogni errore e di ogni sconfitta, può dunque mettersi di traverso, ma non recuperare una vera leadership né del partito né della coalizione; ma perché è ormai al collasso la linea generale su cui la sua maggioranza continuava a riconoscersi: l’idea cioè della modernizzazione senza aggettivi, dell’alternanza tra centro-sinistra e centro-destra ‘normale in un paese normale e in un mondo normale’. Collasso rispetto ai fatti che accadono, collasso per il venir meno dei principali interlocutori interni e internazionali. È difficile continuare una politica in crisi quando hai la risorsa del potere, impossibile quando non l’hai più. E infatti il nuovo segretario, Fassino, tenta di salvarsi piegandosi al vento senza cambiare troppo. Forse è impossibile a un partito invertire la linea e sostituire il gruppo dirigente senza un nuovo congresso; ma è certo che già ora, se un congresso ci fosse, la politica dei Ds sarebbe corretta, il gruppo dirigente cambiato. Cofferati, oltre e ben più del correntone, al di là delle sue intenzioni a breve, è già un ricambio incombente. E la stessa coalizione, quando è costretta a riconoscere che ‘non possiamo vincere senza Di Pietro e Rifondazione’, sapendo bene che né l’uno né, tantomeno, l’altra, sono disponibili ad aggregarsi all’Ulivo esistente, implicitamente riconosce il proprio tramonto senza sapere cosa sostituirvi.
 
La costituenda Margherita è un po’ meno in subbuglio, ma solo perché nasce già appassita. Il traguardo cui aspirava – diventare il primo partito dell’alleanza – appare irraggiungibile, può temere un regresso anziché realizzare un sorpasso. Settori del mondo cattolico, sindacale, ambientalista che al momento del voto le erano scetticamente contigui sono infatti ormai coinvolti nel movimento ‘no-global’ o nello scontro sociale. Il radicalismo democratico sulla giustizia o sull’informazione spontaneamente si divarica dal moderatismo neodemocristiano e da ogni ceto politico senza presenza, qualità né radicamento. Cancellando, anziché sviluppando, precise identità, caratterizzandosi come puro moderatismo si perdono forze anziché conquistarne: una scelta sbagliata in un momento sbagliato; che costringe a inseguire spinte diverse in direzioni incerte e senza convinzione. 
 
Infine, forze minori del centro-sinistra – Verdi, Pdc, Sdi, Udeur – avvertendo il segnale di pericolo, o recuperando tradizioni assopite, si smarcano su versanti diversi.
 
 
Rifondazione comunista, anziché esserne spiazzata o temerne la concorrenza, ha invece riconosciuto come grande risorsa il nuovo movimento ‘no-global’ e vi si è compenetrata con passione e con intelligenza, senza cioè esibire un ruolo egemonico soverchiante. Forse anche per questo ha all’inizio diffidato erroneamente delle novità emerse nella Cgil alle quali pure aveva contribuito, o guardato con radicale diffidenza all’esperienza dei girotondi. Ma rapidamente si è resa conto dell’errore e, non solo ha modificato quei giudizi, ma ha modificato non poco la sua proposta politica: ha riconosciuto che esistono ‘nuovi spazi per un dialogo a sinistra’ che sembrava chiuso, e avanzato l’idea di una ‘piattaforma unitaria dell’opposizione’. Nel congresso che si sta concludendo si potranno verificare la portata e le implicazioni di queste scelte immediate rispetto a un impianto generale: la loro novità è comunque evidente.
 
Da tutto ciò emerge subito una lezione grande e duratura per tutti: non possono determinarsi novità di rilievo nel quadro politico se non interviene, come per ora è intervenuto, qualcosa di forte – nella società, nella cultura, nella pratica – fuori dal ceto politico, dai suoi canali, dalle sue procedure, dai suoi interessi. Grazie a questo, appunto, una nuova opposizione è in cammino.
Non è il momento, comunque, per concedersi un ottimismo facilone. Dalla sommità di un’onda, in un mare mosso, è più facile vedere gli scogli su cui si può sbattere.
 
Scogli vicini, anzitutto. Il primo già apparso è il riaffiorare del fenomeno terrorista. In sé, e nell’immediato, esso non ha la dimensione travolgente che, per la giusta emozione o per convenienza, molti gli hanno attribuito. Non siamo alla metà degli anni ‘70: oggi non esiste traccia, sia pure ai margini estremi del movimento, di una minoranza che subisca il fascino della violenza né l’ossessione dell’assalto allo Stato nella quale il terrorismo possa trovare anche solo un esiguo consenso o una possibilità di reclutamento; né ci sono forze interessate a destabilizzare il potere esistente con uno stragismo sorretto da apparati deviati. Ma guardando più a fondo e in prospettiva, il pericolo è serio. Anzitutto, l’assassinio di Bologna — anche se fosse solo un atto delirante di un gruppo isolato, e il suo svolgimento fosse privo di lati non chiari su cui è già legittimo interrogarsi — ci ricorda come una costante della vicenda italiana negli ultimi decenni sia una dimensione oscura della politica, un potere occulto; e l’attuale situazione internazionale sembra offrire, e offrirà sempre di più, spazio e ruolo a tale dimensione. D’altra parte siamo nel corso di una crisi e di uno scontro politico e sociale così acuto che se non trovasse una strada democratica di svolgersi e trovare uno sbocco, o ancor peggio, si tentasse di contrastarlo cancellando il problema di un’alternativa, creerebbe di nuovo le condizioni di una degenerazione. Perciò, già ora, il pericolo del riaffiorare della violenza e della sua utilizzazione da parte del potere, deve essere prevenuto politicamente, e non solo esorcizzato. Lo scoglio si supera solo se non si lascia che esso condizioni l’opposizione e i suoi contenuti. È giusto, come si dice, abbassare i toni, per rendere l’opposizione razionale e non creare attese illusorie; non però svuotarne la sostanza che è la migliore profilassi rispetto al terrorismo. 
 
Un secondo scoglio, ancor più preoccupante, può emergere dalle vicende della ‘guerra duratura’. I vertici del potere mondiale stanno apertamente discutendo di una sua seconda fase, al cui centro sarebbe l’attacco all’Iraq. Può darsi che la resistenza dei paesi arabi, dell’Unione europea, della Russia e della Cina, eviti o rimandi questa eventualità. Ma se nei prossimi mesi ci trovassimo di fronte una novità così grave, e assolutamente immotivata, non sarebbe possibile aggirarla con modesti distinguo e moderate riserve: su di essa l’opposizione in Italia potrebbe fare un grande passo avanti, se la combatte, ma potrebbe anche dividersi in modo profondo e irreversibile. Occorre quindi pensarci e discuterne subito perché questo è invece il punto che negli ultimi mesi è rimasto, sul versante della sinistra moderata e del ‘movimento per la legalità’, più in ombra.
 
Terzo scoglio: lo sviluppo della vertenza sociale. Anche dopo la straordinaria manifestazione romana e una prevedibile buona riuscita dello sciopero generale, è del tutto improbabile che la maggioranza presto si sfaldi, o che il governo rinunci a usarla per tradurre in legge i punti pregiudiziali dello scontro: Art. 18, decontribuzione previdenziale; o che l’ostruzionismo parlamentare, dati gli attuali regolamenti, possa impedirlo. A quel punto il solo modo di non archiviare la faccenda resta l’uso del referendum abrogativo, che si può vincere. Ma non sarà semplice scegliere e poi mettersi d’accordo su quali e quanti referendum impegnarsi, e come formularne i quesiti: andarci in ordine sparso può pregiudicare il risultato finale. D’altra parte, restano ancora sul tavolo tutti gli altri capitoli, non meno importanti, del Libro Bianco di Maroni, sui quali Cisl e Uil manifestano non poca disponibilità, e resta aperto il problema dell’assetto contrattuale e in particolare la vicenda dei metalmeccanici; un terreno sul quale l’avversario diretto è la Confindustria la cui aggressività si è già espressa e lo stesso congresso Cgil è stato povero di proposte. Su tutto ciò la forza e l’unità del movimento, e le sue alleanze, verranno sottoposte ad aspre verifiche.
 
Se poi guardiamo oltre le scadenze immediate, si profila, per il medio periodo, un problema ancor più complesso. ‘Una piattaforma unitaria dell’opposizione’ — che Bertinotti ha d’un colpo proposto con coraggio e di cui gli interlocutori si sono subito, almeno a parole, dichiarati disposti a discutere — porrà un dilemma. Se rimane sospesa, o se si incrinasse già alla prime prove, la ‘piattaforma unitaria’ verrebbe bruciata con danno per tutti. Se invece si avvia, dura, si sviluppa, fatalmente essa incrocia il tema dello sbocco verso cui si orienta: quale alternativa di governo? Il ritorno alla soluzione della desistenza (contrattata come nel ‘96, o unilaterale come nel 2001) non appare, dopo le prove passate, molto persuasivo. Non solo: bisogna anche prevedere che prima di una nuova prova elettorale politica — a normale scadenza o più ravvicinata — l’attuale maggioranza tenterà di cambiare la legge elettorale e può riuscirvi. In quali termini? Allargando probabilmente lo spazio della proporzionale (e questo è buono, per Rifondazione e per la democrazia), ma aggiungendovi anche un premio di ‘governabilità’ per la coalizione vincente già al primo turno. A quel punto niente desistenza, niente due schede. O si riesce a raggiungere un accordo programmatico di governo per la legislatura, per il quale per ora non ci sono affatto le condizioni; oppure ci si divide, ed è facile perdere. Non è un problema che si risolve all’ultimo momento: richiede un lungo lavoro convergente, un spostamento politico-culturale notevole (soprattutto delle forze dell’Ulivo), una nuova elaborazione programmatica (oggi molto carente in Italia e in Europa) e la capacità di rendervi partecipi i movimenti reali. Si dirà che anticipare troppo questi problemi può compromettere anziché favorirne la soluzione. Ma almeno chi, come questa rivista, ha maggiore libertà nella gestione dei passaggi tattici, e non ha alcuna responsabilità organizzativa, può e deve segnalare la necessità e l’urgenza di questo tipo di riflessione (teorica, politica, programmatica). E contribuirvi.
 


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