1970

 

SCUOLA, SVILUPPO CAPITALISTICO,

ALTERNATIVA OPERAIA E STUDENTESCA

 

 

 

 

 

 

Nella giornata di ieri, e soprattutto nel corso del lavoro delle commissioni stanotte è affiorata una obiezione di fondo alla nostra linea che la compagna Rossana ha qui riproposto.

Questa linea – hanno detto alcuni compagni – è una linea magari con una ispirazione giusta ma profondamente anticipata rispetto alla situazione reale, che non può tradursi in una lotta concreta, che rischia di rompere gli schieramenti di alleanze, che in sostanza è fortemente viziata da intellettualismo e da astrazione.

Di questa obiezione noi non ci possiamo liberare in modo infastidito o frettoloso. È una obiezione che qui alcuni compagni hanno portato con particolare violenza o per lo meno con particolare decisione, ma è una perplessità che è nella testa di molti compagni, anche se seguono o aderiscono alle posizioni generali del Manifesto. Ed è quindi una obiezione, una perplessità, a cui dobbiamo cercare di rispondere in modo serio e con un massimo sforzo di comprensione e di approfondimento.

Credo che ci siano due terreni su cui ci possiamo sforzare di offrire una risposta a questa accusa di astrazione. Un primo terreno è quello di impegnarci di più nel cercare di elaborare gli obiettivi concreti intermedi e le forme di organizzazione necessari per tradurre questa, che è ancora una linea generalissima, in piattaforme di lotta e di proposte di movimento.

Si è cominciato a fare questo sforzo nel corso del convegno, già nella relazione di ieri della compagna Rossanda, nel corso del dibattito – gli interventi, solo per citarne qualcuno, di Serafini o di Inghilesi o della Menapace, dei compagni studenti lavoratori.

C’è un secondo terreno su cui si può cercare di offrire una risposta a questa obiezione – un terreno direi molto più generale. Rossanda ha ripetuto, che la linea di lotta che noi proponiamo per la scuola, per non essere un fatto prevalentemente ideologico, coscienziale, un rifiuto esistenziale del ruolo da parte degli studenti, deve potersi collegare, inserire, in un movimento generale contro la divisione capitalistica del lavoro e poiché la divisione del lavoro è solo l’espressione dei rapporti sociali di produzione e della tecnica e della cultura ad essi legati, questa lotta che noi proponiamo per la scuola, implica, esige, per essere reale, che nella società capitalistica italiana attuale si sviluppi una lotta sociale generale della classe operaia e degli strati di lavoratori direttamente contestativa dei rapporti di produzione capitalistici come tali.

Non vi è dubbio che questa lotta ancora non esiste o almeno non esiste a un livello sufficiente per dare immediata evidenza, concretezza, alla linea che noi proponiamo per la lotta nella scuola. Qui nasce il problema, la difficoltà: è possibile, è realistico, ipotizzare che con un lavoro di costruzione, di battaglie ideologiche, di sperimentazione, si possa oggi o nel breve periodo, sviluppare una lotta generale in questa società capitalistica, che direttamente affronti e contesti i rapporti sociali di produzione capitalistici e la divisione del lavoro ad essi collegata? Questo è il problema che sta al fondo di tutta la nostra discussione non solo nella scuola, ma sulla strategia della rivoluzione in occidente.

È un interrogativo molto serio perché rappresenta una svolta, un salto di qualità rispetto a tutta la tradizione, a tutta la storia concreta della lotta del movimento di classe in occidente e nel mondo. È inutile ignorare il fatto che fino ad oggi le rivoluzioni socialiste che si sono compiute, si sono realizzate innanzitutto su obiettivi e su contenuti che erano direttamente collegati all’insufficienza dello sviluppo capitalistico borghese. Erano gli obiettivi dell’indipendenza nazionale, erano gli obiettivi della riforma agraria contro le strutture feudali, erano gli obiettivi dell’industrializzazione, dell’istruzione di massa e così via.

Questi sono i contenuti obiettivi su cui le forze socialiste, sotto la direzione della classe operaia, hanno preso il potere; non solo, ma anche dopo aver preso il potere, almeno in una serie di questi paesi, esse si sono impegnate soprattutto a risolvere, prima di avviare la costruzione diciamo di una società socialista, problemi che in altre società erano stati affrontati e parzialmente risolti dal capitalismo, come quello dell’industrializzazione. E addirittura a volte è accaduto, come nell’Unione Sovietica, che questi problemi siano stati affrontati anche utilizzando delle forme e degli strumenti di organizzazione tecnici e politici tipici del capitalismo stesso, come la differenziazione dei livelli di reddito, gli incentivi materiali, la divisione spinta del lavoro, la scuola come strumento di selezione e così via. Ed è questa, a mio parere, la base oggettiva della rinascita del revisionismo moderno in molte di queste società.

E anche il movimento operaio in occidente, in tutte le sue componenti, è fondamentalmente rimasto in questi 40 anni all’interno dell’orizzonte del sistema; cioè ha messo al centro della propria lotta la spinta, la sollecitazione allo sviluppo più celere. La sua componente riformista ha cercato di realizzare un massimo – diciamo così – di vantaggi per la classe operaia all’interno di questo sviluppo, la sua componente rivoluzionaria ha invece rivendicato il potere della classe operaia come unica soluzione per accelerare questo sviluppo e superare le tendenze alla stagnazione o alla arretratezza del capitalismo stesso.

Credo che questa sia in fondo la ragione fondamentale della sconfitta che fino ad oggi ha segnato, dal punto di vista almeno della rivoluzione, la lotta della classe operaia in Occidente. Perché di fronte a società capitalistiche che di un dinamismo e di una certa capacità di sviluppo erano fortemente dotate, il movimento rivoluzionario si è trovato di fronte da un lato a una parte crescente della classe operaia, delle masse proletarie e lavoratrici, con una tendenza a considerare la rivoluzione il salto violento, come un prezzo troppo alto, uno sconvolgimento troppo pericoloso per realizzare finalità e obiettivi che in un modo più o meno equilibrato, più celere o più lento, in sostanza il sistema si dimostrava in grado di perseguire o appariva in grado di perseguire. E dall’altro lato le forze rivoluzionarie si sono trovate di fronte alla crescente presenza di altri strati tecnici – tecnici, ceti medi, strati sociali intermedi – i quali dal punto di vista strettamente corporativo, immediato, “sindacale” avevano più interesse alla sopravvivenza del sistema che non alla sua scomparsa e che potevano essere recuperati a una prospettiva rivoluzionaria solo andando al di là della difesa dei loro interessi corporativi e scoprendo dei livelli di contraddizioni più globali e più profondi.

Noi rifiutiamo che questi 40 anni di storia del movimento operaio, che il revisionismo, l’opportunismo, possono essere spiegati attraverso un processo idealistico, cioè il tradimento dei capi o l’insufficienza di un pensiero politico corretto. Questa è l’impasse, la difficoltà reale, oggettiva, contro di cui il movimento operaio si è scontrato. Rispetto a questa tradizione credo che abbiamo avuto negli ultimi anni una grossa, straordinaria innovazione, non solo nelle idee ma nelle esperienze: la rivoluzione culturale cinese e in generale il pensiero di Mao; perché proprio su questo punto il maoismo, la rivoluzione culturale, hanno profondamente innovato, nel senso che per la prima volta forse con questa chiarezza e soprattutto con questa concretezza, è stata ripresa una componente del marxismo e del leninismo – penso a Lenin di “Stato e Rivoluzione” – l’idea cioè che il comunismo va cominciato a costruire subito, anche quando ancora non sono del tutto maturi i livelli delle forze produttive. La rivoluzione culturale cinese ha cominciato a rifiutare la teoria tipica della Terza Internazionale, delle due fasi, nella prima delle quali si sarebbero costruite le basi materiali del comunismo e solo nella seconda si sarebbe incominciato a contestare direttamente i meccanismi di produzione, i rapporti sociali capitalistici; con la conseguenza che si sono create le basi materiali ma contemporaneamente si sono ricreate anche tutte le forze di classe, gli abiti mentali, le consuetudini, i consumi, la struttura tecnico-scientifica che ridetermina una spinta verso il ritorno al capitalismo.

Il maoismo e la rivoluzione culturale rappresentano questa svolta. Tuttavia bisogna riconoscere che in Cina tutto questo in sostanza avviene all’interno di un potere socialista consolidato, con una grande forza egemonica della direzione proletaria; non solo, ma anche utilizzando un livello e una tradizione della società cinese – una società fortemente sottosviluppata – la quale in qualche modo può utilizzare diciamo delle forme – quelle che Marx chiamava di “comunismo primitivo” – per affrontare gli stessi problemi della accumulazione per lo sviluppo e che quindi in qualche modo può evitare o aggirare il problema della accumulazione capitalistica classica.

Quindi il problema non ci viene risolto semplicemente da questa esperienza cinese; rimane in tutta la sua ampiezza e drammaticità: è possibile in occidente, in Italia, è possibile oltre che necessario dare un contenuto direttamente anticapitalistico, prefigurante, alla lotta che la classe operaia conduce per conquistare il potere statale? Ed è possibile costruire in questo modo una alternativa di massa e quindi una alternativa vincente?

L’interrogativo è più che legittimo. Se guardiamo con attenzione abbiamo una risposta a questo interrogativo, perché è evidente come il movimento di questi ultimi anni – operaio e studentesco – intanto si caratterizza rispetto a tutte le lotte del passato in quanto in esso è stata fortemente presente una carica di diretta contestazione sociale dei rapporti di produzione capitalistici: la divisione del lavoro, la gerarchia dei consumi, la burocrazia, la concentrazione del potere politico, il carattere separato dello stato e così via. Il maggio francese, per esempio, è stato caratterizzato proprio da questo; per la prima volta a livello delle grandi masse la società capitalistica ha cominciato ad essere contestata nella sua concretezza sociale e per la sua natura direttamente capitalistica. Eppure anche questa risposta, che noi abbiamo del resto già dato, non mi pare sufficiente, perché varrebbe in questo caso, se ci fermassimo qui, l’ipotesi che molti fanno – per esempio il Partito comunista o sociologi come Touraine, uno dei migliori analisti del Maggio – l’ipotesi cioè che in questo movimento la componente libertaria radicale, direttamente anticapitalistica, rappresentasse la componente in qualche modo prefiguratrice di un lontano avvenire, uno scoppio, diciamo così, utopistico, velleitario di bisogni e di esigenze non ancora oggettivamente maturi – scoppi che del resto si sono conosciuti altre volte nella storia del movimento operaio: basti pensare alla egemonia del movimento anarchico in certe fasi della storia del movimento operaio anche in Italia (oppure alla presenza di questa componente nella Comune parigina, ecc.) per legittimare l’ipotesi che forse potrebbe trattarsi di un fuoco di paglia o comunque di qualcosa che può difficilmente tradursi in una lotta vincente.

Ebbene io credo che questo dubbio possa essere razionalmente e oggettivamente superato. Credo cioè che non solo le lotte operaie e studentesche hanno espresso dei contenuti avanzati direttamente contestativi dei rapporti di produzione capitalistici, ma che lo abbiano fatto in quanto esprimono bisogni oggettivi delle masse e una realtà delle forze produttive ormai profondamente matura per il superamento dei rapporti di produzione capitalistici. E dirò poi in che senso matura, perché questo termine non finisca per essere interpretato in un senso evoluzionistico e riformistico.

Pensiamo, per esempio, alla spinta egualitaria che è venuta fuori dalle lotte operaie e non solo dalle lotte operaie e che è già in sé anticapitalistica; ha un contenuto direttamente demistificante di tutta la gerarchia capitalistica dei salari e del potere. Ebbene questa spinta egualitaria, mi pare che lo abbiano ben detto la Castellina, Ciafaloni e altri compagni, nasce non come una scelta ideale come poteva essere la spinta egualitaria degli Eguali o del socialismo utopistico, o di certi momenti del movimento anarchico. Oggi nasce da fatti oggettivi, dalla ricomposizione oggettiva delle mansioni all’interno del capitalismo e d’altra parte dalla moltiplicazione di una gerarchia sociale fatta di status, di parassitismi, di privilegio, che non corrispondono neppure alla logica capitalistica della funzionalità e dell’efficienza.

E l’irrazionalità della struttura dei redditi, è l’irrazionalità della distribuzione del potere anche dal punto di vista puro e semplice della valorizzazione e dell’impiego generale delle forze produttive che oggi dà una base reale e oggettiva alla spinta egualitaria.

Prendiamo un altro esempio. La lotta che oggi viene avanti, diceva Inghilesi, contro il lavoro parcellizzato, l’organizzazione della fabbrica e la divisione dei ruoli generali nella società, negli altri settori della produzione, anche essa ha una base reale nella sempre più evidente assurdità della risposta capitalistica al problema dell’efficienza della produzione. Assurdità che balza evidente: la riduzione delle aree altamente produttive e il moltiplicarsi di settori parassitari, di settori di spreco, la sottoutilizzazione tipica della stessa forza lavoro. Basti notare come tutta una organizzazione che si basa sulla efficienza e cerca di spremere il più possibile l’operaio, di intensificarne i ritmi, di renderne più produttivo il lavoro, è nel contempo la società che in tutto il capitalismo occidentale fa ormai lavorare il 35, il 38% della gente e non certo solo per farla studiare, ma perché c’è questa continua declassificazione ed espulsione dal processo produttivo di tutte quelle energie, quelle capacità che non sono immediatamente produttive di plusvalore per il capitalista; o il sottoimpiego delle capacità anche delle forze lavoro occupate.

Qui è stato ben detto, in tutta l’analisi del problema delle mansioni, come sia ormai costituzionale al sistema la sottoutilizzazione permanente delle capacità, delle doti della creatività degli individui. O la stessa inutilizzazione della scienza. Questo sistema capitalistico che dovrebbe essere il centro dello sviluppo scientifico, è il sistema che più difficilmente riesce a generalizzare l’impiego della scienza o delle possibilità della scienza su tutta l’area della società, che continuamente investe i progressi scientifici in obiettivi come la ricerca militare o la ricerca spaziale, che è incapace di dare finalità che abbiano un senso per la collettività sociale alla ricerca scientifica. All’interno stesso della ricerca scientifica, come non vedere che è entrata in crisi la divisione capitalistica del lavoro, che la divisione per discipline, che la parcellizzazione della ricerca, che è stato un grosso elemento motore delle scoperte, sta oggi diventando, per lo meno in parte, un freno dello sviluppo della scienza, un moltiplicarsi autosufficiente e senza senso della ricerca stessa? Come non vedere, per esempio, che le grosse scoperte culturali, nel campo delle scienze umane, dalla psicologia alla psicanalisi, alla linguistica, o nel campo delle scienze fisiche, come la cibernetica e tutte le scienze collegate, nascono da una critica e da una ricomposizione della divisione delle discipline scientifiche, dei settori culturali del capitalismo?

È da tutto questo che viene e diventa oggettiva, razionale, la critica della divisione capitalistica del lavoro. Ha ragione Ciafaloni a dire che della divisione del lavoro ne parlava Smith e ha ragione a dire che la novità oggi è il giudizio di valore diverso che ne diamo. Ma non è un giudizio di valore diverso, che traiamo da una diversa utopia e da un diverso ideale, ma dal fatto che la divisione del lavoro all’inizio del capitalismo era un fatto oggettivamente progressivo, come Marx vede fino in fondo, e che oggi invece questa gerarchia professionale non è più un fatto progressivo, non è più un elemento che consente agli uomini di condurre vittoriosamente la loro battaglia per il dominio della natura. Prendiamo un terzo esempio: la famigerata e troppo disprezzata lotta contro il consumismo, che è stata una delle componenti, per esempio, del maggio e dei movimenti di questi anni. Certo c’è tanta paccottiglia idealistica in questa lotta. Ma io credo che questa lotta non nasca oggi anch’essa da una diversa gerarchia di valori e di bisogni, marcusianamente. Nasce da un divario concreto e sperimentalmente avvertibile dalle masse, tra i bisogni reali della gente e i consumi indotti dal sistema capitalistico. Anche le masse oggi possono capire che la soluzione che il capitalismo dà ai problemi della salute, del tempo libero, della famiglia, della città e così via, è una soluzione irrazionale che non solo non soddisfa appieno i bisogni che storicamente esso stesso crea, ma va in una direzione opposta e sbagliata.

Da tutti questi terreni, dal problema del consumo, nasce e si sviluppa una domanda, un “bisogno di comunismo”, una diversa concezione della casa non più fondata sulla esistenza individuale e sulla separazione tra vita privata e vita collettiva, una concezione della salute che non sia più l’intervento sulla malattia, ma che sia anche una pianificazione dello sviluppo dell’uomo, della sua biologia, del suo rapporto con la natura.

Gli esempi si potrebbero moltiplicare: se noi andiamo ad una critica reale, comunista, di classe, di tutta la struttura del consumo, quindi di tutta l’organizzazione della vita sociale, ecco che ci si apre di fronte un orizzonte di straordinario interesse per quanto riguarda la scoperta di nuovi modi d’impiego del lavoro umano, non alienato, ma proprio, diceva Marx, come “libera attività”.

Dobbiamo rifiutare lo schema marcusiano che contrappone una vita produttiva, a un lavoro alienato e parcellizzato, la prospettiva ludica, l’ozio, il gioco, la contemplazione. Esiste ed è possibile oggi scoprire nella società una moltiplicazione di lavoro nel senso di attività creatrice, di conoscenza della società, di invenzione di nuove prospettive, di gestione politica della comunità sociale, che va ben al di là del campo strettamente della produzione dei beni materiali.

Insomma, compagni, per dirla con una espressione, io credo che oggi incominci nelle società capitalistiche avanzate ad essere matura la fase precorritrice di Marx, che diceva: “ad un certo momento lo sfruttamento del lavoro, l’appropriazione del plusvalore sul lavoro vivo diventerà una ben misera base per l’allargamento delle forze produttive, per lo sviluppo civile degli uomini”.

È questa la contraddizione che incomincia a diventare concretamente matura nella società di capitalismo avanzato; è in questo senso che noi parliamo di una maturità del comunismo e quindi del socialismo e della rivoluzione socialista “come un processo di transizione che dal primo giorno comincia a costruire la società comunista”, come diceva Lenin.

Un punto che voglio precisare perché non nascano equivoci, è che questo non vuol dire, come cercano oggi di rilanciare molti teorici o del revisionismo o della borghesia, che c’è una specie di evoluzione indolore dal capitalismo al socialismo. Oggi c’è un vero e proprio rilancio di queste teorie neo-kautskiane, neo-II Internazionale.

Io credo che un’analisi concreta delle cose, della società ci dimostri che è vero il contrario e cioè che questa maturità del comunismo è semplicemente una potenzialità, è semplicemente uno degli aspetti dialettici della società, ma che la società capitalistica è anche profondamente integrata. Non è vero che le forze produttive si sviluppino nel senso di rendere matura e spontanea la trasformazione di un sistema da capitalistico in socialistico. È vero che matura la possibilità e l’esigenza di un lavoro di tipo diverso, ma è anche vero che la qualificazione, il lavoro, questa forza produttiva principale fra tutte è fortemente condizionata e porta il segno della divisione capitalistica del lavoro. E questo vuol dire, a mio parere, due cose: primo, che solo la presenza di una forza rivoluzionaria organizzata, cioè di una prospettiva alternativa, erede della storia passata della classe operaia e fonte di una teoria critica della società contemporanea, è in grado di funzionare come levatrice continua dell’aspetto rivoluzionario delle lotte sociali contro tutti i meccanismi di integrazione. E vuol dire una seconda cosa molto importante da ripetere contro il revisionismo di oggi: vuol dire che questa lotta anticapitalistica che noi vogliamo e possiamo sviluppare nella società è destinata a creare una crisi generale del sistema ben prima che siano del tutto mature le alternative. Non ci sarà un passaggio dal capitalismo al comunismo, come c’è stato il passaggio dal feudalesimo alla borghesia.

Non è vero che nasce un embrione di società comunista all’interno della società esistente; è vero che è possibile condurre una lotta di contestazione del capitalismo che è destinata a creare una crisi generale, nel corso della quale si pone il problema del salto rivoluzionario, del salto di qualità, in questo senso del salto violento. Ma il punto è che questo salto, che questa crisi rivoluzionaria non avverrà e soprattutto non potrà essere vinta se prima di questo salto e di questa crisi non si sarà condotta avanti una lotta direttamente contestativa dei rapporti capitalistici di produzione e attraverso questa non si sarà creata una alternativa positiva, una immagine diversa di società, una capacità diversa di gestione della società.

Un’ultima obiezione, compagni, potrebbe essere rivolta a questo nostro discorso, anche se si accettasse tutto quello che io ho detto fin qui.

Si potrebbe dire – un po’ il compagno Mineo ha detto questo stamattina, - che questo può anche essere vero, ma è un discorso a livello storico, a 50 anni. Noi oggi ci troviamo invece in Italia di fronte a una crisi specifica. L’Italia oggi è caratterizzata da una commistione di elementi nuovi e di elementi vecchi, di riformismo e di spinta rivoluzionaria; è questa la specificità della sua crisi e quindi a questo noi dobbiamo ridurre il nostro discorso. Credo che questa obiezione in parte sia ragionevole se e nella misura in cui serve ad avvertirci che non dobbiamo semplicemente identificare la situazione italiana con quella degli altri paesi e dobbiamo prestare un massimo di attenzione anche a tutti gli elementi più modesti, più arretrati, più riformistici del movimento e della crisi in atto. Ma non ci può far dimenticare un fatto che a mio parere invece è evidente: che in Italia, paradossalmente, oggi, e cercherò di dire in due parole il perché, questa componente direttamente anticapitalistica, il carattere avanzato delle lotte, è matura in modo più generale e più avanzato e più rapido di quanto non avvenga in Pesi capitalistici più sviluppati, come la Germania o gli Stati Uniti.

E qui c’è proprio da richiamare un insegnamento tipico dell’analisi leninista, l’analisi che Lenin faceva della società russa, per dire che proprio dall’intreccio sviluppo-sottosviluppo possono nascere a volte delle accelerazioni particolari dello sviluppo storico e che in paesi che dal punto di vista della media generale economica e sociale paiono ancora arretrati rispetto ad altri, maturano più rapidamente le contraddizioni più avanzate; in Italia il fatto che lo sviluppo capitalistico maturo si sia innestato su di un tessuto sociale precedente e in gran parte il liquidato, non rende meno acute e significative ma rende molto più acute e pregnanti le nuove contraddizioni, perché ci sono delle vecchie contraddizioni che allargano la crisi e i varchi attraverso cui le punte avanzate del movimento possono passare; ma soprattutto perché le contraddizioni nuove maturano in forma più immediata e più positiva.

Questo da un punto di vista oggettivo. Faccio degli esempi, i più banali che mi vengono in mente. Il fatto, per esempio, che il processo della scolarità di massa in Italia sia andato avanti in modo molto rapido all’interno di una struttura scolastica estremamente centralizzata, vecchia, autoritaria, ha fatto maturare la rivolta del movimento studentesco ben prima di quanto non sia avvenuto nei paesi capitalistici più avanzati.

Per essere più espliciti ancora: il processo di motorizzazione in un Paese dalla vecchia civiltà e dalla struttura delle cento città, ha fatto scoppiare i problemi dell’urbanesimo e dei servizi sociali in modo molto anticipato rispetto a società estremamente più plasmabili come quella degli Stati Uniti.

Ma questo vale anche dal punto di vista delle forze soggettive. Basta osservare che le nuove contraddizioni operaie e studentesche si innestano in una tradizione politica, per esempio, in cui l’autonomia della classe operaia ha avuto un peso enormemente superiore che non in altri paesi capitalistici, in cui c’è anche una componente cattolica sensibile o per lo meno aperta a considerare questi problemi della mercificazione, dell’alienazione del lavoro, e così via.

Tutto questo ha fatto sì che in Italia una serie di contenuti avanzati delle lotte operaie maturassero in modo anticipato, che addirittura in fabbriche ancora tecnicamente abbastanza arretrate, le lotte operaie siano giunte ad assumere oggi caratteri estremamente avanzati. Questo che cosa significa? Credo che non sia vero affatto che dobbiamo oggi considerare l’Italia e la crisi che attraversa come una fase che precede la maturazione del capitalismo. Dobbiamo considerare l’Italia proprio uno di quei punti in cui per la sua storia e per le sue contraddizioni, matura in modo accelerato ed esplosivo il problema della rivoluzione in occidente.

È questa una delle aree su cui noi dobbiamo puntare a fondo e proprio nel senso di utilizzare tutte queste contraddizioni e queste crisi al livello più alto; proprio, se volete un esempio, come Lenin ha utilizzato tutta la crisi dell’arretratezza russa per offrire uno sbocco molto più avanzato: la rivoluzione socialista come passaggio ininterrotto dalla rivoluzione borghese a quella socialista.

E infatti il movimento, come dicevo, in Italia è stato più alto, più qualificato che in tutti gli altri paesi dell’occidente. Perché oggi stenta a far venir fuori tutta la sua potenzialità dirompente? Penso innanzi tutto per la mancanza di una forza politica non solo rivoluzionaria, ma capace di affrontare questo livello di problemi. Il problema che noi poniamo non è quello di una raccolta di forze antiriformiste alla sinistra del partito comunista. Il problema che noi poniamo in modo aperto, ma senza uscire da questa impostazione, è di una raccolta di forze antiriformiste dentro e fuori i partiti, le quali però seriamente si impegnino in una ricerca e in una sperimentazione del problema della rivoluzione socialista in occidente.

E per questo noi diciamo anche, rispondo a Mordenti, una forza politica di tipo nuovo. Quando io ho detto movimento di massa autonomo ecc., volevo innanzitutto dire questo: a me interessa particolarmente l’autonomia, il carattere politico e di massa, dei vari movimenti, anche e soprattutto perché credo che senza di questo una forza politica di tipo nuovo non si avrà. Se una forza politica non ha come interlocutore una crescita politica del movimento di massa, delle esperienze consigliari, delle esperienze unitarie, che facciano uscire induttivamente questa radicalizzazione rivoluzionaria, questa forza politica necessariamente finirà per riassumere il carattere di una forza minoritaria, di una élite giacobina.

Questo significa allora che non è possibile – ecco il punto da chiarire e sul quale io non sono d’accordo con Mordenti, se ho capito bene – considerare in qualche modo la crescita di un movimento unitario di massa degli studenti e degli operai come un “prima”, una cosa da gestire adesso, mentre ancora non esiste un partito e una forza rivoluzionaria. Non solo né tanto per una questione di principio, ma perché credo che non si possa sviluppare un movimento autonomo di massa nel vuoto di strategie e di interlocutori politici che oggi esiste e che se si cerca di scollegare e di considerare non contemporanei questi due processi, noi avremo delle illusioni di movimento autonomo di massa, cercheremo delle scorciatoie che devieranno la costruzione reale di un movimento di massa, cercheremo le scorciatoie dell’agitazione, cercheremo le scorciatoie delle manifestazioni antimperialistiche. Rischieremmo di creare dei pseudo-movimenti di massa, governati da ristretti gruppi studenteschi, che finalizzano, strumentalizzano un’agitazione generica ai fini di una gelosa difesa della propria linea politica globale e dunque che agiscono in una logica che è esattamente il contrario di quella che noi qui stiamo discutendo, di quella che Mordenti stesso condivide. Una logica che perde di vista i contenuti della costruzione di un movimento anticapitalistico nella scuola e nella società e che quindi non costruisce un movimento reale di massa.

Insomma, compagni, guardiamo l’esperienza reale. Qual è il problema essenziale oggi, per riuscire a trovare, a costruire dei terreni, degli obiettivi di reale mobilitazione di massa. Mordenti ha fatto una battuta sul fatto che io non ho parlato a sufficienza dell’autonomia del movimento. Io non l’ho fatto perché era un po’ una tautologia: l’autonomia deve essere autonomia; ho voluto spiegare, perché non erano chiari, i termini “politico e di massa”. L’autonomia e l’unità del movimento di massa si deve affermare con l’organizzazione, con l’elaborazione, con la pazienza e con la costruzione di nessi politici generali.

Oggi il rilancio del movimento politico e di massa degli studenti presuppone che vada avanti la costruzione di altrettanto unitari e significativi movimenti esterni all’università. Presuppone che vada avanti la costruzione di una forza politica che sia omogenea a questo discorso, capace di entrare in un rapporto dialettico e non strumentale con questi movimenti di massa.

Vedi, Mordenti, in questo senso io sono più radicale di molti compagni: io non credo affatto che l’autonomia del movimento di massa studentesco e operaio debba essere una concessione transitoria che noi facciamo ai movimenti nella fase in cui non esiste un partito rivoluzionario. Credo che questa autonomia debba essere conservata e difesa fino in fondo, a maggior ragione quando ci sarà un partito rivoluzionario. Ma per far questo bisogna concepire l’autonomia non in chiave di separazione. Veramente pensiamo che oggi ci sia una minaccia reale all’autonomia del movimento studentesco? Oggi, al contrario, l’avversario principale contro cui il movimento ha da combattere è la scelta che il partito comunista ha fatto di lasciare il movimento studentesco a impiccarsi con la sua autonomia, a morire nel vaniloquio delle università. Guardate il maggio francese. È lì che è entrato in crisi il movimento studentesco, quando intorno alle fabbriche si è costruita una cintura di polizia comunista e sindacale che ha impedito il contatto tra gli studenti e gli operai e quando gli studenti stessi non hanno saputo trovare la concretezza, il carattere di massa, gli obiettivi necessari per rompere questa cintura di polizia.

La costruzione di un movimento di massa quindi non può che andare avanti parallelamente alla costruzione di altri movimenti di massa e parallelamente alla definizione di una strategia e di una organizzazione adeguate a questo nuovo livello delle lotte. Questo rende più difficile, quasi disperato il nostro progetto e la nostra battaglia. Noi ci troviamo in una situazione che – se è consentito paragonare i grandi ai piccoli – è simile a quella in cui si è trovato Gramsci, il gruppo dell’Ordine Nuovo, nel ’19: dover condurre contemporaneamente una battaglia contro il sistema in un momento più acuto di crisi rivoluzionaria, dovendo anche fare i conti con l’arretratezza e il vuoto delle organizzazioni e della cultura tradizionale del movimento operaio. A Gramsci – ed era Gramsci e aveva dietro la rivoluzione d’Ottobre – l’operazione è riuscita solo a metà. È probabile che a noi non riesca affatto. Ma non ci pare che ci sia altra strada che quella di provarci: e quello che noi proponiamo è quindi, senza modestie e senza trionfalismi, di porci questo obiettivo. Dicevo che probabilmente (e voi avete riso) non ce la faremo, nel senso che può darsi benissimo che non ce la faremo a far passare questa linea a livello delle grandi masse nel corso di questa crisi o di queste scadenze immediate che ci stanno di fronte. Ma io credo che niente nella storia della classe operaia è buttato via; che anche delle esperienze che nascono minoritarie, che combattono su tutti i fronti, o delle esperienze limitate in una fabbrica o in un settore, o delle esperienze ambigue come quelle dei delegati, gettino un seme; che anche una sconfitta – se da una sconfitta dovesse ad un certo punto venire – può essere utilizzata per una vittoria e per un rilancio futuro. Crediamo che questo sia il solo modo realistico: riconoscere la complessità e insieme l’estrema ricchezza rivoluzionaria che la società capitalistica occidentale offre per affrontare veramente, finalmente e fino in fondo un problema che da 40 anni il movimento operaio occidentale elude, facendone pagare tutto il prezzo al movimento operaio rivoluzionario degli altri Paesi.

Il problema è di fare la rivoluzione qui, in Occidente, e di farla nei modi nuovi che lo scontro di classe esige.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


[1] Il Manifesto, Quaderno n. 1 – Atti del convegno – Roma, 23-24 maggio 1970

 


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