Lucio in the sky

Alfonso M. Iacono  -  30 novembre 2011

Se la vita non è più vita. L'ultima scelta di Magri

 

 

E' difficile spiegare cosa sia stato Lucio Magri per molti di noi, intendo quelli della generazione del '68 che andarono a fare il Manifesto un po' dappertutto in Italia, con qualche stupore degli stessi protagonisti di quella storia. Ci accorgemmo piano piano che era lui la mente strategica, capace di coniugare, più di altri, senso politico con visione ideale. Non starò a ricordare le alterne vicende del quotidiano e del movimento politico, né i vincoli molto complessi che hanno legato Lucio con Castellina, Rossanda, Pintor, Parlato, voglio però rimarcare quanto sia stato importante un uomo che nascondeva con pudore un senso laico ed etico della vita dietro il primato della politica.

 

In fondo ciò rappresentava l'invisibile del gruppo del Manifesto, ma Lucio sicuramente ne fu l'espressione più ironica. Allora forse non ce ne rendevamo molto conto, anche perché oscillavamo facilmente e giovanilmente tra moralismo e politicismo, ma oggi è diverso. Oggi non oscilliamo più, subiamo e basta la fine di una morale che resta nelle trame dell'agire politico, mentre ci ostiniamo a riempire carta e file di codici, leggi, indirizzi, auspici che tradiscono un vuoto, quello della politica come pensare e agire critico.

 

Lucio non aveva bisogno di teorizzare un'etica, l'avrebbe forse ritenuto retorico o addirittura ipocrita; la considerava intrinseca a una politica che sa guardare lontano, verso un futuro diverso che comincia con il mutamento del presente.

 

«Per il comunismo» era il titolo delle tesi del Manifesto. Non starò qui e ora a discutere sull'attualità o meno di ciò che vi era scritto. Lo si vedrà nel tempo. Desidero qui sottolineare un altro aspetto apparentemente laterale, ma solo apparentemente. Dietro quella visione c'era qualcosa che oggi abbiamo perso: un intreccio tra il conoscere e il fare, o almeno un desiderio di concepire un tale rapporto come riempimento della vita che non poteva essere tale se non collettiva, solidale, egualitaria.

 

Nel suo libro Il sarto di Ulm, dedicato a Mara, egli scrive: «Per una persona ormai anziana l'isolamento è dignitoso, ma per un comunista è il peccato più grave, di cui rendere conto. L' ultimo dei mohicani può essere un mito, il comunista solo, e arrabbiato, rischia il ridicolo se non si tira da parte».

 

Una rabbia accompagnata dall'orgoglio e dalla dignità è ciò che vedo nella scelta finale di Lucio. Una scelta di autonomia fino in fondo. Nella Cabala di Isacco Lurjia vi è un dio che si ritrae per lasciare spazio al mondo degli uomini. Il ritrarsi è un atto di amore che tuttavia ha come corrispettivo il grande fardello che sarà portato dagli uomini: la responsabilità e l'autonomia dell'agire. La libertà ha in questo fardello un peso esistenziale che oggi è offuscato dalle polveri dell'autoinganno e del delirio di onnipotenza.

 

Lucio ha voluto portare fino in fondo questo fardello, fino alla libertà di chiudere la vita deliberatamente. Ne sono addolorato, ma ammiro il suo orgoglio rabbioso e la sua dignità. E se guardo lo spettacolo che abbiamo oggi davanti agli occhi di questa sedicente democrazia mercificata e violenta, mi domando se la vera sconfitta non fu nelle idee, ma nel nostro modo di essere privato. Una decisione meditata e sofferta che lo ha portato ad attraversare un confine fisico e psicologico. Il contrario della passiva rassegnazione.
 

 


 


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