numero 33  novembre 2002

Il filo della memoria

IL SESSANTOTTO E I NO GLOBAL 

Lucio Magri   

 

Progettando questo numero della «Rivista del manifesto», che uscirà alla immediata vigilia del Forum sociale europeo di Firenze, ci siamo chiesti se e come sia possibile portarvi in anticipo un qualche contributo. Anche a chi, come noi, per età e formazione, pur cogliendone tutto il valore e guardandolo con interesse e speranza, non può parlare in base a una presenza diretta e dal suo interno, e rischia quindi in ogni analisi l'incomprensione, in ogni giudizio il fastidio della saccenteria.

Un suggerimento mi viene dall'esperienza. Nelle numerose discussioni che in quest'anno ho potuto fare, in assemblee o in incontri individuali, con i diretti e giovanissimi protagonisti del movimento, mi ha colpito la difficoltà — certo per responsabilità reciproca — di poter contare, in un dialogo reciprocamente utile, sul filo della memoria, quello che permette di usare il presente per riconsiderare criticamente il passato, e il passato per leggere meglio il presente e interrogarsi sul comune futuro. Perché quel filo sembra spezzato. 

Una cesura tra generazioni, soprattutto per coloro che irrompono nella politica `per cambiare il mondo', è stata sempre ricorrente, comprensibile, e perfino feconda: gli uni sono portati a trasmettere ciò che hanno vissuto, nel bene e nel male, conquiste ed errori, gli altri invece a considerare la propria esperienza come un vero nuovo inizio della storia, che anima la speranza e fonda l'impegno. È capitato alla mia generazione, nel dopoguerra e negli anni '60, che diventava comunista quando i comunisti erano reduci di grandi vittorie nel mondo ma qui erano isolati e perseguitati, e guardava con ammirazione i protagonisti di quelle vittorie, ma criticamente le `occasioni perdute' nel portarle fino in fondo, o i `compromessi' sui quali ci si assestava, chiedeva perciò mutamenti più radicali ai propri padri, era affascinata dai loro ricordi, e infastidita dalla loro ripetizione. 

 

               

       

Oggi però quella rottura della memoria è molto più radicale. Abbiamo alle spalle una sconfitta storica e una crisi profonda di lunga durata del movimento comunista e della sinistra nel suo insieme, e al tempo stesso una radicale trasformazione della società che continuiamo a voler cambiare. Le generazioni più anziane ne sono spinte, più che a rimeditare il passato, ad oscillare tra il mito e l'abiura, quella più giovane a liberarsene in fretta e senza troppo angustiarsene, come un fardello che non la riguarda, assorbendo dalla cultura dominante l'idea del novecento come un cumulo di macerie.
A ciò si aggiunge quasi la scomparsa della storia come architrave della conoscenza del mondo, intervenuta in tutte le scienze umane, soprattutto per influenza anglosassone, nella cultura come nella scuola.

Tra i due estremi, si collocano generazioni intermedie formatesi nel corso di una lunga fase di declino, impegnate a resistervi meritoriamente ma anche occultandolo ai propri occhi, e pagando il prezzo del graduale adattamento all'esistente e del ripiegamento dai più ambiziosi progetti originari: diaframma dunque più che collegamento.

Una rottura di memoria così netta ha però pesanti conseguenze. Perché una riflessione sul proprio passato collettivo non solo è importante per costituire una identità, per quanto nuova, ma consente di valutare il valore, le ragioni e la paternità di molte difficili conquiste su cui continuare a fare leva. Ma la frattura non permette di vedere gli errori compiuti da non ripetere e che si possono invece ripetere, le illusioni da misurare per non ricadere nel disincanto. Inoltre e soprattutto, porta a isolare, nella realtà in cui si vive, l'esperienza diretta che si compie e la nobile gratificazione che se ne trae, mentre sfugge il contesto dell'epoca e del mondo attuale, che appunto la storia complessiva ha prodotto, la `pesantezza' quindi della storia che si vuole cambiare.

Riannodare questo filo è forse il compito principale al quale la nostra generazione ormai anziana dovrebbe portare un contributo. Contributo necessario, perché una buona storia, in particolare quella dei comunisti, non si farà senza la riflessione critica di chi l'ha vissuta, la conosce non solo dagli archivi e ha il privilegio di poterla ripensare con gli occhi ancora aperti sul presente. Ma anche molto difficile, perché le trappole della memoria, se non è collettiva e non si espone al contraddittorio, sono inevitabili e profonde. Non a caso questo lavoro, nell'ultimo decennio, è stato modesto, se non volutamente evitato.

Personalmente vorrei parteciparvi, proprio in dialogo con il `nuovo movimento', tentando, nei modesti limiti consentiti dalla sede di una rivista, in due articoli successivi, una breve riflessione su due passaggi storici nei quali analogie e differenze rispetto alla fase attuale possono suggerire considerazioni non inutili, proprio sul tema di cui tanto si discute: il rapporto tra movimenti sociali-partiti-politica. Mi riferisco agli anni del '68 e agli anni '30.

Comincio con il '68: non solo perché i nessi sono più immediatamente visibili, ma perché in questo caso la mia memoria è più diretta, il mio ruolo meno marginale: ho partecipato al maggio francese e vi ho scritto a caldo un piccolo libro, sono stato ad assemblee alla Libera università di Berlino ai tempi di Dutschke, nelle università italiane occupate, ai cortei, ai picchetti e con i consigli in Italia durante e dopo l'autunno operaio. Soprattutto, è a partire da quei movimenti che nacque l'iniziativa collettiva di una parte di quelli che avevano animato l'XI Congresso del Pci, che diedero vita al «manifesto», per questo furono radiati dal partito e poi continuarono a vivere non solo con un giornale, ma anche come gruppo politico, come parte della nuova sinistra degli anni '70, in una collocazione di frontiera rispetto al movimento operaio tradizionale.

 

 


La prima cosa che mi preme testimoniare è il carattere straordinario di quella vicenda storica: affermazione in sé banale ma oggi spesso dimenticata.
Venivamo da anni di stabilità, eravamo incalzati dal miracolo neocapitalistico italiano ed europeo, e dall'offensiva culturale sulla fine del conflitto di classe connesso alla nuova tecnologia e sulla unificazione tendenziale del mondo, dopo il crollo del colonialismo europeo e i tentativi di coesistenza pacifica tra sistemi diversi. In un breve volgere di tempo emerse invece un movimento di contestazione e di lotta che investì un po' tutti i settori e le dimensioni della vita sociale: la cultura, le relazioni interpersonali e intergenerazionali, la scuola, le istituzioni politiche, i rapporti di lavoro, le professioni e il loro ruolo, le relazioni internazionali.

Nella fase alta e più ricca il movimento di allora per due aspetti anticipò realmente quello attuale, e si può senza forzature stabilire un'analogia che costituisce la nuova modernità di entrambi.
In primo luogo fu da subito, nei fatti e non solo nelle intenzioni, un movimento che, attraverso percorsi diversi e accomunando soggetti diversi e spesso nuovi, aveva una dimensione mondiale. I prodromi, non subito avvertiti, si ebbero negli Stati Uniti già alla metà degli anni '60 con i primi episodi di ribellione razziale in forme a volte violente e duramente represse, ma che poi si estesero e si allargarono nel movimento sui diritti civili e contro la guerra in Vietnam. Nello stesso momento, e dalla parte opposta del mondo, si affermò la rivoluzione culturale cinese. Poi, in rapida successione, l'esplosione radicale e tumultuosa del maggio francese, la contestazione studentesca, il movimento antimperialista e la cultura terzomondista in tutto il mondo occidentale, la suggestione guerrigliera in America Latina e le ultime guerre di liberazione anticoloniale in Asia e in Africa, la primavera di Praga, il riacutizzarsi della questione palestinese. Un movimento già `globale', dunque, percorso da una eterogeneità estrema di soggetti e di tematiche, ma unificato dal fatto di sorgere fuori, e spesso contro, tutte le istituzioni e le tradizioni codificate, e di essere caratterizzato dalla irruzione sulla scena della politica di una intera generazione, che diffidava delle sue convenzioni.

In secondo luogo esso coinvolse, seppure con varia radicalità e in modo diseguale, una grande molteplicità di figure sociali e di tradizioni culturali (studenti, operai, intellettuali di ogni disciplina, marxisti ortodossi ed eterodossi, laici e credenti), modificando per anni e nel profondo, oltre la collocazione politica, il modo di pensare individuale, gli stili di vita quotidiana, i rapporti familiari, i valori, i modi di organizzazione. Quanto ai contenuti, riportò o mise per la prima volta in primo piano questioni che anticipavano la nuova modernità: il consumismo, la divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, la contraddizione Nord-Sud del mondo ormai oltre il colonialismo, cioè neoimperialista, la neutralità della scienza e della tecnica e dunque la qualità dello sviluppo produttivo, la scuola come strumento di selezione elitaria e della trasmissione autoritaria del sapere, il limite della democrazia puramente rappresentativa e delegata e della politica organizzata in apparati gerarchici. Infine e forse soprattutto, esso tentò di riaffermare il valore primario dell'esperienza diretta, la coerenza tra vita vissuta e finalità dichiarate.

Occorre anche sottolineare, in questo contesto generale, una specificità italiana, che tende oggi a riprodursi. In altri paesi il '68 fu radicale e sconvolgente ma meno esteso e soprattutto meno duraturo. In Italia invece la contestazione studentesca fu subito seguita da una prolungata e vincente offensiva operaia, del tutto nuova per la radicalità sia dei contenuti (l'egualitarismo delle rivendicazioni salariali, il controllo sull'organizzazione del lavoro, la tutela della salute e dei ritmi di lavoro e la contestazione della gerarchia piramidale del comando), sia nelle forme di organizzazione e di lotta (l'autolimitazione dei ritmi, i cortei interni, i consigli eletti su base di reparto e senza vincoli di appartenenza, gli scioperi a singhiozzo e le vertenze articolate). Non solo: il movimento coinvolse anche profondamente settori politici tradizionalmente moderati, attraverso il cattolicesimo conciliare, e l'intellettualità, non solo individualmente ma come interi apparati della egemonia conservatrice (la scuola, la sanità, la magistratura, il giornalismo). E tutto ciò durò per anni, fino alla metà del successivo decennio, in certi momenti creando un'incertezza e un dubbio anche nelle file delle classi dominanti. 

Su questa specificità italiana varrebbe la pena di riflettere, per valutare l'importanza che possono avervi avuto: da un lato fattori oggettivi — la compresenza di arretratezza e sviluppo, di neofordismo in arrivo e antiche tradizioni di conflitto di classe, di culture ancora non organicamente borghesi e dirompenti nuovi stili di vita —; dall'altro lato fattori soggettivi — quello specialissimo tipo di partito comunista e di organizzazione sindacale che persistevano e anzi si erano rivitalizzati negli anni '60, a confronto con il neocapitalismo e dei quali io stesso ho cercato di dare un resoconto in articoli di questa rivista a proposito del gramscismo. 

Forse qualche traccia è pur restata di tutto ciò, nel profondo del paese, e spiega la nuova mobilitazione sindacale e la reazione democratica che nell'ultimo anno hanno affiancato i `no global'. Alla fine, tuttavia, quel movimento venne, anche in Italia, recuperato o battuto, si concluse nel disincanto dei molti convertiti o nella disperazione della lotta armata, per certi versi contribuì così a una `rivoluzione passiva', un mutamento guidato dai vecchi poteri.

Senza potere ora, come si dovrebbe, fare una ricostruzione di quella parabola, non si può evitare di chiedersene il perché e trarne una lezione. Fu solo l'esaurirsi fatale di illusioni esagerate, logicamente tramutatesi in delusione o in violenza? Io non lo credo, credo invece che, pur senza raggiungere i suoi traguardi massimi, quel sommovimento potesse avere una conclusione migliore e lasciare un'eredità più feconda.

Pesarono invece, sul corso delle cose, due opposti e convergenti errori, soggettivi ed evitabili, di analisi, di strategia, di scelte politiche che oggi appaiono più chiari.

La prima, e la più grave responsabilità, ricade sul Pci e la sua politica di allora. Esso mostrò certo, a differenza di ogni altro partito comunista, tolleranza alla critica e autentico interesse verso il movimento che lo contestava, cercò di capirlo e insieme di usarlo ai fini di una comune battaglia. Ne accettò anzi, pur criticandole, alcune spinte radicali, come la contestazione delle commissioni interne in fabbrica e la contestazione del carattere selettivo e dell'insegnamento cattedratico nella scuola; addirittura né gestì, là dove governava, le più avanzate sperimentazioni, come la deospedalizzazione della psichiatria o le 150 ore di recupero scolastico per i lavoratori.

 

 

 

 

Si dimostrò però incapace di cogliere — al di là dei difetti di estremismo — il suggerimento strategico che il movimento sollecitava: cioè la critica di fondo al capitalismo più avanzato e l'esigenza di una nuova definizione del blocco storico ad esso alternativo. Presto — 1971 — cercò di offrirgli come sbocco politico il `patto dei produttori' e, soprattutto, poco più tardi, la strategia del compromesso storico, nella forma peraltro mortificante del governo di unità nazionale. Cioè uno sbocco non solo politicamente infondato (l'intesa con una Dc ormai da tempo trasformata in apparato di potere), ma programmaticamente moderato e superato dai tempi perché rivolto anche nei suoi aspetti migliori ad estendere all'Italia, in forme spurie, un modello di welfare già in difficoltà in Europa. Offrì, cioè, non una direzione, ma una mediazione al ribasso. Proviamo a chiederci, a riprova: se la svolta innovativa, tentata dallo stesso Berlinguer all'inizio degli anni ottanta (lo strappo dall'Urss, la partecipazione politica alla lotta Fiat, il dialogo con il femminismo, la radicalità sulla questione morale), anziché in un quadro di generale riflusso, fosse stata avviata — sia pure con i suoi limiti — nella fase alta del movimento e di crisi reale dell'egemonia capitalistica — e perciò avesse anche trasformato lo stesso modo di essere del partito —, in quali condizioni sarebbe arrivata la sinistra italiana alla sfida successiva, difficile e ineluttabile, con il sommovimento e la ristrutturazione di fine secolo? Con quali risorse intellettuali e sociali?

L'altra responsabilità opposta e analoga, ricade però sul movimento stesso, e su coloro che tentavano dall'interno di offrirgli una prospettiva e una direzione: la nuova sinistra degli anni '70. Un errore di analisi, anzitutto e soprattutto: nel vedere a portata di mano una rottura classicamente rivoluzionaria mentre già si stava annunciando una crisi del campo socialista e un'involuzione nelle rivoluzioni del Terzo mondo, e si stava avviando una grande riorganizzazione della società capitalistica avanzata, nella sua composizione sociale e nelle sue nuove contraddizioni. 
Quell'errore di giudizio di fase lo portò ad oscillare tra un radicalismo ideologico spesso piattamente recuperato dal passato e brodo di coltura della frammentazione settaria, e un costante riduttivismo programmatico (il salario come variabile indipendente, la liberalizzazione degli accessi alla scuola senza alcuna idea di una scuola nuova che la sostenesse, il 18 garantito, l'indifferenza ai grandi temi di riforma della sanità, delle istituzioni, del potere locale, della dimensione europea). Quindi lo condusse ad esorcizzare il problema delle alleanze, allora quanto mai aperto a diverse prospettive, anziché affrontarlo dal basso e offrirgli risposte nuove.

Proprio la mancanza di uno sbocco alternativo politico e programmatico, parziale ma avanzato, la secca e da tutti accettata divaricazione tra movimento, partiti, politica, relazioni internazionali, portò direttamente a una sconfitta, di cui a lungo si rifiutò poi di discutere e di prendere atto.

Già di per sé questa è un'evidenza, una lezione del passato, su cui varrebbe la pena oggi di discutere seriamente, evitando da una parte di illudersi sull'autosufficienza e sull'irreversibilità dei grandi movimenti di massa che esplodono, e dall'altra di osservarli con l'occhio accigliato di chi ha la sensazione di ritrovarsi a rivedere, sia pure con rinnovata emozione ma inconfessato scetticismo, un film già visto e temendone la amara conclusione.

Alle analogie cui ho accennato tra il movimento del passato e quello del presente è facile affiancare alcune differenze che, di per sé, potrebbero rassicurare circa derive che è oggi più facile evitare, e individuare limiti che allora si dimostrarono superabili. Permettere insomma una fondata fiducia, senza enfasi apologetiche.

La prima differenza riguarda, in ultima analisi, la questione della violenza. Nel '68 la radicalità conduceva, non meno di oggi, a contestare frontalmente il sistema e le forze politiche e le istituzioni che lo sostenevano o vi si adattavano. Ma allora la radicalità, prima ancora nell'azione che nell'ideologia, prese forma come `pratica dell'obiettivo', trasgressione esplicita dell'ordine legalmente stabilito e del potere consuetudinario (l'autorità cattedratica, i capi e i regolamenti in fabbrica, l'occupazione delle case sfitte), e crebbe sulla spirale ribellione-repressione—lotta alla repressione, in confronto diretto e frontale con lo Stato (oltreché con le organizzazioni fascistiche). Ciò portò ad un uso, prevalentemente difensivo ma ripetuto, dello scontro anche fisico, ai servizi di ordine organizzati, e di lì il bisogno di una identità dogmatica ed estremizzata, la esigenza del `tutto e subito'. (Pesava in ciò anche la suggestione delle ultime vittoriose esperienze della lotta armata nel Terzo mondo.) Ne derivarono all'inizio anche elementi positivi: la grande esigenza di un'ideologia coerente, una spinta accelerata all'organizzazione e allo spirito di appartenenza, una militanza quotidiana ed esigente come scelta di vita, la formazione di una élite dirigente, individualmente di prim'ordine, un generale e rapido processo di acculturamento diffuso, dapprima alla ricerca di grandi maestri, poi arenatosi in schematici recuperi di ideologie minoritarie e residuali del passato. Ma aprì presto la strada alla dispersione settaria in gruppi in lotta tra loro, e a una compiacenza, a volte estetizzante, verso l'uso della violenza, e alla centralità del problema della conquista del potere comunque e al più presto.

 

                   

                                                                                                                                   

A questo proposito il movimento attuale non potrebbe essere più diverso: nasce preceduto da esperienze molecolari, di pratica sociale di solidarietà, dedicata a cambiare se stessi, il modo di pensare collettivo, a testimoniare un nuovo mondo possibile più che alla conquista del potere: una rottura simbolica ed etica più che politica. Si concepisce perciò come impresa di assai lunga durata, dal basso, vive le diversità al proprio interno come una ricchezza, punta a delegittimare i simboli e le istituzioni grandi e piccole dell'ordine esistente più che illudersi di abbatterli, è disobbediente ma relativamente mite, lontano dal problema non solo di `questa politica' ma della politica come tale, cioè esercizio di una forza e di una autorità alternativa. Ciò separa radicalità da violenza, impegno da organizzazione centralizzata, favorisce una maggiore coerenza tra mezzi e fini, un'unità non belligerante tra diversi e una militanza meno alienante, quotidianamente scelta.

Ma comporta, spesso, anche dei prezzi non piccoli, e generalmente sottovalutati ma già evidenti: rilutta all'organizzazione in sé, trova difficoltà a formare quadri autonomi e riconosciuti e a porsi obiettivi definiti su cui misurare risultati effettivi, a costruire perciò un radicamento sociale preciso (nelle scuole, nelle fabbriche, nelle istituzioni culturali, nei singoli paesi), ad andare oltre le grandi scadenze manifestanti, o la comunicazione `mediata dai media'.

L'altra grande differenza, positiva e insieme limitante, sta nella possibilità e nella capacità del nuovo movimento di comunicare e legittimare il proprio radicalismo a una gran parte della società e del mondo, a esprimere una vocazione non minoritaria. Esso, infatti, nasce oggi come contestazione e risposta a problemi molto più numerosi, molto più maturi e più avvertiti nella vita della gente comune: l'evidenza scandalosa della disuguaglianza tra Nord e Sud del mondo, della povertà e della precarietà anche nelle società sviluppate, della drammaticità del degrado ambientale, dell'oppressione ormai priva di alibi nella condizione della donna, della degenerazione autoritaria del potere politico effettivo, del ruolo manipolatore della informazione, dell'incapacità formativa della scuola, dei pericoli connessi alle nuove tecnologie governate dal profitto, e così via. 

Ciò gli garantisce un carattere irreversibile, gli consente di apparire più vero e più motivante del discorso politico ormai immiserito, e di recuperare di continuo unità pur nelle estreme differenze. Al contempo però comporta un prezzo: di essere un movimento estremamente politico nella sua volontà generale di cambiare il mondo, o anche negli stessi specifici che si propone per l'immediato (la remissione del debito dei paesi poveri, la Tobin tax, la riforma o la liquidazione di alcune grandi istituzioni internazionali, la legislazione sull'immigrazione), ma al tempo stesso di essere incapace di avere un vero impatto sulle scelte della politica reale, di essere presente in ogni paese del mondo e latente o molto minoritario nella maggior parte di essi: globale nell'immaginario, localistico nella pratica, lento e disperso nell'elaborazione di un progetto, pluralistico ma frammentato, antiideologico ma molto simbolico. 

I suoi tempi sono quelli della lunga durata. Ma siamo nei tempi della lunga durata o viviamo nel cuore di una crisi stringente? C'è uno spazio libero da occupare via via con una rete alternativa di esperienze, o viviamo in una società totalizzante più che mai capace non solo di controllare con la violenza, ma anche di penetrare e di condizionare dall'interno tutto ciò che la contraddice? È forse casuale l'insorgenza del tutto opposta ma simmetrica e non meno globale del fondamentalismo e del terrorismo?

La differenza fondamentale tra il '68 e l'oggi è, comunque, un'altra: non riguarda i movimenti in sé ma il contesto generale nel quale si sono inseriti. Di qui nascono i problemi più difficili e i dissensi più profondi da superare.

Gli anni intorno al '68 ancora appartenevano ad un lungo ciclo di espansione capitalistica; di lotte di liberazione vittoriose sorrette da un quadro di un raggiunto equilibrio tra grandi potenze ideologicamente alternative; di quasi pieno impiego, di spostamenti elettorali a sinistra, di rinnovamento ecclesiale, di rafforzamento della cultura democratica e marxista. Un ciclo, ora sappiamo, che già si stava concludendo ma che, paradossalmente, in Italia e in ritardo, proprio solo allora poteva dare i suoi frutti più maturi.

Proprio questo contesto permetteva e permise al movimento e alla sinistra, malgrado la sconfitta finale e la crisi che via via ne derivò – fino al dissolvimento del Pci e alla controffensiva vincente neoliberista e antidemocratica —, non solo di lasciare tracce profonde nelle idee e negli stili di vita, ma di strappare, con vertenze sociali ma anche sul piano legislativo, risultati concreti, conquiste importanti e durature. Lo Statuto dei lavoratori e il principio dei due livelli di contrattazione; un sistema pensionistico pienamente pubblico, legato agli anni di lavoro e al livello del salario finale; la scala mobile integrale sul salario; un sistema sanitario universalistico; un forte allargamento dell'accesso alla scuola, non solo dell'obbligo, e qualche modernizzazione nei suoi metodi e nei programmi; il rafforzamento di un sindacato unitario, non corporativo e in parte controllato dal basso; la dissolubilità del matrimonio e la maternità come libera scelta; la rinuncia all'uso civile del nucleare; lo spazio per politiche del potere locale in qualche regione avanzate e partecipate; qualche margine di iniziativa autonoma della stessa politica estera italiana, almeno nel teatro mediterraneo. In ciascuno di questi capitoli la nuova legislazione era già in sé carente e contraddittoria — coraggiosa nei princìpi ispiratori, ambigua nei meccanismi attuativi — e, soprattutto nella pratica, la intenzione riformatrice fu da subito ipotecata dal potere democristiano e dal moderatismo compromissiorio della sinistra politica e del vertice sindacale. Ma non si può negare che uno spostamento si operò: nella distribuzione del reddito, nei diritti, nei poteri. Cose che tutt'oggi difendiamo; e questa difesa è tanto radicata nel senso comune da poterla usare come leva per andare più avanti.

Il contesto storico nel quale sorge il nuovo movimento è radicalmente diverso. Anche senza nulla concedere alle mitologie correnti sulla `fine del lavoro' e del conflitto di classe, sulla globalizzazione come processo univoco e irresistibile, sulla società dei servizi e dei saperi che cancella gradualmente la materialità delle contraddizioni, sull'irrilevanza degli Stati nazionali e delle competizioni tra loro, è impossibile negare non solo la novità del mondo e della società attuale, ma anche la realtà dei rapporti di forza da cui essa è governata e insieme, non casualmente, esprime. Parlo della scomparsa di uno dei due soggetti dell'equilibrio mondiale — per decenni elemento di sfida e condizionamento dell'altro, e punto di riferimento più o meno condiviso, ma comunque importante per chi voleva cambiare le cose. Parlo della destrutturazione materiale e culturale nella composizione delle classi subalterne e dell'eterogeneità di strati intermedi vecchi e nuovi; del declino e della degenerazione dei partiti come organizzatori della democrazia, formatori di nuove classi dirigenti, portatori di un progetto a lungo termine. Parlo della nuova potenza manipolatoria del sistema mediatico non solo sugli orientamenti politici ma sugli stili di vita e sul senso comune. Parlo del trasferimento di potere effettivo verso sedi autonome dal suffragio popolare e non trasparenti nelle loro decisioni. Parlo infine della enorme e oggettiva supremazia militare, finanziaria, tecnologica e mediatica di una potenza imperiale, rispetto ad alleati forti ma subalterni e tanto più rispetto al Sud del mondo.

 

 

Tutto ciò, a mio parere, ha spinto la sinistra tradizionale a ridurre via via il proprio riformismo, trasferendosi — nelle idee, nei programmi, nelle scelte — verso una gestione moderata e mediocre dell'ordine esistente, a spostarsi al centro, anzi a diventare essa stessa centro, a cercare la legittimazione dei poteri forti. Spiega inoltre perché le sue esperienze di governo — anche quelle migliori — siano state sconfitte e tali sconfitte non bastino a far loro cambiar strada, e spiega anche perché ciononostante una parte dell'opinione di massa, pur fortemente critica, continui a votarla o si astenga dal voto, nel dubbio che un'alternativa non sia possibile e le cose peggiorino ancora.

Simmetricamente, tutto ciò rende ovviamente difficile ai movimenti — anche ai più forti e con poche eccezioni — di assumere il carattere di vere vertenze, di ottenere o anche solo provare ad ottenere risultati concreti e dunque a trovare un radicamento sociale definito e permanente, di incidere sul serio sugli orientamenti delle forze e delle istituzioni politiche, di trovare anche al proprio interno una unità che vada oltre la definizione di un nemico comune e di un comune sentire. Perciò li costringe a una saggia salvaguardia della propria autonomia che può però produrre separazione e autoreferenzialità, a una resistenza verso il tema dell'organizzazione che può condurre al congelamento della contraddizione fra un massimo di globalismo e un massimo di localismo. Il tutto confluisce in un'ideologia e in una visione del futuro, declinata in molte versioni, tradotta in diverse scelte e collocazioni, basata su analisi divergenti, ma che hanno alcuni importanti punti comuni: `l'esodo' dalla politica in senso forte, la negazione della necessità di una qualsiasi forma di partito come organizzazione permanente e luogo non separato ma precipuo, sia per la definizione di un progetto complessivo e di lungo periodo sia per la scelta di una strategia legata a una fase storicamente determinata, e di una correlata scelta tattica di programmi, strumenti, competenze.

Dunque, più in generale, si forma così una visione del futuro come un processo di lunghissimo periodo, lineare e continuo, nel quale, da un lato, il capitalismo globalizzato mostrerà le sue conseguenze catastrofiche ma al tempo stesso produrrà condizioni materiali e soggetti in grado di superarlo, e d'altro lato la `vecchia talpa' del movimento alternativo, incontaminato da vincoli e compromessi col potere, costruirà parallelamente e dal basso una moltitudine, o una rete di esperienze, apparentemente frammentate, in realtà spontaneamente in grado di incarnare il general intellect, fino a potersi scrollare di dosso lo scheletro del vecchio sistema. E altresì spiega perché molti elementi di tale ideologia dell'autosufficienza siano presenti anche in movimenti che non sono affatto antagonisti al sistema, sono moderati, si concepiscono come parziali e transitori ma anche radicali, in quanto attori di una supplenza transitoria e intermittente, abusiva ma necessaria, della società civile per restaurare e garantire la normalità di un sistema politico correttamente democratico e non corrotto.

In questa rivista, dall'inizio si è al contrario più volte sostenuto che proprio il contesto storico e la morfologia sociale del `nuovo capitalismo' e il crollo del socialismo reale impongono certo un ripensamento radicale dei contenuti, delle forme organizzative, dei progetti, al fine di un processo di trasformazione radicale della società; ma, al tempo stesso, ancor di più del passato, impongono anche un ruolo forte della politica, fortemente intrecciato al conflitto sociale, un progetto definito di società alternativa, la previsione e la definizione delle tappe attraverso cui esso può procedere, del blocco storico e delle alleanze necessarie ad ogni passaggio. Se nel `68 ho solo in parte condiviso, e poi criticato, la fiducia in una rottura rivoluzionaria nei tempi brevi e la tentazione giacobina che ne derivava, non condivido oggi l'idea prevalente, opposta ma speculare, sulla linearità e l'ineluttabilità di un processo rivoluzionario di lungo periodo, tutto dal basso, senza mediazioni, e la tentazione neospontaneista che ne deriva.

In questo particolare momento anzi trovo ancor più ragioni a sostegno di queste scarne conclusioni che mi ha qui suggerito la memoria critica del '68. Sono ragioni connesse alla constatazione, ovvia ma spesso messa in ombra, del fatto che l'assetto della società e il processo di globalizzazione proprio ora sono entrati in una fase di crisi congiunta dell'economia, dei rapporti internazionali, della democrazia, di cui la guerra fornisce il segno e misura la portata. Ciò pone, nuovamente, il problema dello sbocco politico di questa crisi; sbocco parziale, ma a livello dei problemi sistemici che essa pone, e perciò capace di tenere aperto uno spazio di sviluppo al movimento. Anzi questo problema diventa ancor più stringente e arduo di quanto non sia stato negli anni '70. 

Un qualche aiuto, non a risolverlo ma ad orientarsi nel discuterne, può venire da una riflessione, per quanto schematica, su un altro passaggio storico – quello delle tormentate vicende dei movimenti e dei partiti di sinistra negli anni trenta – che, anche se non vissuto direttamente, costituisce parte della mia memoria e della mia formazione e presenta esplicite analogie e differenze rispetto al presente. E dunque sul quale — nel bene e nel male — è utile dire qualcosa per trarre qualche lezione.


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