SOCIALISMO E DEMOCRAZIA

A 50 ANNI DA STATO E RIVOLUZIONE

 

 

 

La socialdemocrazia ufficiale e dominante – scrive Lenin – ha sfuggito sempre il problema dei compiti concreti del   proletariato nella rivoluzione o con un semplice sarcasmo filisteo o, nel migliore dei casi, con questa frase sofistica ed evasiva: si vedrà poi”. 

 

Oggi la rivoluzione ha cinquant’anni, e parrebbe impossibile rinviare ad un domani imprecisato il discorso sulla società socialista e sulle sue istituzioni, oppure condurlo in termini puramente teorici.

 

E tuttavia è proprio questo che, in generale, succede. Da un lato, infatti, la vecchia frase socialdemocratica “si vedrà poi”, viene riproposta in versione moderna: “si vedrà dove”. Il soialismo, oltre ad essere il frutto del “gran flusso della storia”, sarà anche il prodotto del “genio nazionale”: così ogni discorso scientifico sul futuro, che può creare un imbarazzo all’azione, nel presente, viene in via di principio soppresso. Nella articolazione del processo storico, nelle fasi diverse e nelle diverse realtà nazionali o continentali, anzichè decifrare la peculiarità – cioè il significato universale, la espressione di un sotteso meccanismo unificatore che governa l’insieme – si registra la particolarità, ciò che separa un paese dall’altro, una fase dall’altra, così che ogni esperienza appare muta e ogni sviluppo imprevedibile.

 

 

Alla prova dei fatti, questa operazione, anche sul piano immediato e politico, risulta meno brillante di quanto sembri: lo scetticismo sui principi, il relativismo sistematico che pare una comoda via per salvare l’unità del movimento internazionale e per rendere l’iniziativa politica più libera per il futuro, si rivolge poi contro quell’unità (per la diaspora teorica e politica) e contro quel futuro (che non serve a preparare).

 

Ma c’è, d’altro lato, un secondo modo di sfuggire ad una riflessione reale sul socialismo. Quello – paludato di ortodossia e pieno di principi – che consiste nel contrapporre alla realtà del potere socialista il sistema teorico originario. Si giunge per questa via ad una registrazione del divorzio tra gli ideali e la realtà altrettanto muta e sterile. I principi non vengono sottoposti a verifica, la realtà non è analizzata nella sua dinamica e nelle sue componenti; e da questo rapporto, aproblematico, non esce mai un’indicazione di questioni da risolvere, di obiettivi da perseguire, di forze da mobilitare per cambiare le cose dopo averle riconosciute per quel che sono.

 

Il modo dunque di affrontare questa tematica deve essere diverso. Occorre imboccare fin dall’inizio un’altra strada, anche se, per la complessità dei problemi e la difficoltà della ricerca concreta, non si è in grado di percorrerne un gran tratto: la strada – già troppe volte inutilmente lo si è detto – dell’applicazione del metodo e delle categorie marxiste alle idee e alla realtà del socialismo esistente.

 

Il punto di partenza per questa riflessione, ci viene oggi non solo offerto ma drammaticamente imposto dalla situazione. Dodici anni or sono, nel suo rapporto segreto, Nikita Krusciov denunciò in modo grossolano e brutale le degenerazioni gravissime avvenute, sotto Stalin, nell’esercizio del potere socialista; scoprendo, al di là delle sue intenzioni, agli occhi delle masse, limiti gravi e contraddizioni di fondo in tutta l’organizzazione politica sovietica. Questa denuncia non bastò tuttavia a sollecitare, nè in URSS nè altrove, una reale riconsiderazione dell’intero problema della democrazia socialista: all’acritica fiducia (o alla sbrigativa condanna) della realtà sovietica, si sostituì un altrettanto acritico abbandonarsi al “processo” di ddemocratizzazione, la fiducia cioè che, superata la fase dell’isolamento e dell’assoluta povertà, il sistema socialista potesse ormai per spontaneo maturar delle cose risolvere il problema di istituzioni politiche meno dittatoriali, e anzi rendere meno aspro, e dunque meno violento, anche il cammino di quei paesi nei quali solo allora il socialismo muoveva i primi passi.

 

Oggi però anche questa semplificazione appare insostenibile: non solo infatti il “processo di democratizzazione” si sviluppa con grande lentezza, ma la realtà induce a domandarsi se esso sia in atto e quali sbocchi esso possa avere. Due ordini di fenomeni mi paiono a questo proposito assolutamente significativi.

 

Nei paesi socialisti europei è in corso, e anzi viene accelerandosi, un profondo sommovimento della società, della sua gestione economica, della sua cultura, della sua collocazione internazionale, che profondamente modifica anche la struttura del potere. La molla di tutto appare – secondo ogni evedenza – lo sviluppo stesso delle forze produttive che da un lato esige e dall’altro determina la riforma del quadro istituzionale e il mutamento dei tradizionali equilibri. Lo sche kruscioviano, che prevedeva un rapido sviluppo economico sostanzialmente all’interno del quadro politico-sociali esistente, è del tutto superato e non poteva non esserlo: la pianificazione quantitativa e centralizzata, la sovrapposizione di un potere burocratico formalistico e ideologizzante, la pianificazione totale del consumo rappresentavano ormai strozzature paralizzanti per le forze produttive, si arrovesciavano nel proprio contrario, in anarchia, in inefficienza, in parassitismo, in apatia politica.

 

Rimuovere tali strozzature era ed è dunque un problema oggettivo e non più eludibile. Lo si può affrontare però in molte direzioni e con l’egemonia di diversi gruppi sociali. Si può, ad esempio, uscire dall’autarchia accelerando innanzitutto l’integrazione del sistema socialista, oppure andando in ordine sparso ad una liberalizzazione relativa degli scambi; si può decentrare la gestione economica e stimolare la produttività reintroducendo come regolatori dello sviluppo nuovi meccanismi di mercato, oppure avviando un processo di discussione politica del piano e di partecipazione operaia alla sua realizzazione; si può stimolare la domanda con l’espansione del consumo individuale, oppure organizzando nuovi settori del consumo sociale, e così via. È del tutto ovvio che queste non sono alternative schematiche; anzi, assai probabilmente ciascuna linea, per procedere, avrebbe bisogno del correttivo e dell’utilizzazione temporanea dell’altra (Lenin, con la Nep, offrì un bellissimo esempio di tali compromessi che compromessi non sono). Ma è altrettanto evidente che, nelle società socialiste europee, la risposta a questi interrogativi procede in modo assai unilaterale. Protagonisti del movimento di riforma appaiono i nuovi stati tecnici e intellettuali e il contenuto delle riforme riproduce chiaramente tale egemonia: autonomia delle aziende, differenziazione dei redditi, consumi privati, ecc. L’esempio jugoslavo, molto più estremo, serve però a chiarire il senso di un processo.

 

Ora, per un verso, evidentemente anche questo tipo di “rinnovamento” contiene un elemento di reale “democratizzazione”: si liquidano le forme estreme di centralizzazione e di arbitrio nell’esercizio del potere; si libera almeno una parte della produzione culturale, quella più legata allo sviluppo economico, dagli impacci del controllo politico; si sostituisce ad una burocrazia catastale una meritocrazia di tecnici; si riconosce la iniziativa individuale nella figura del consumo; si allarga la circolazione internazionale delle idee e delle tecniche. Ma esiste anche un’altra faccia del fenomeno: a un’élite politica ed instabile si sostituisce un’élite il cui potere ha radici profonde e consolidate nella realtà sociale; la mobilità tra i vari strati sociali diminuisce; la nuova dinamica dei consumi accumula nuovi elementi di differenziazione tra gruppi, tra regioni, tra campagna e città; la autonomia delle imprese toglie garanzie ai lavoratori; l’intensificazione degli scambi con l’occidente rafforza una spinta concorrenziale e nazionalistica tra i vari paesi socialisti.

 

Il “processo di democratizzazione” è dunque meno univoco e lineare di quanto appaia: si profila anche qui, in un contesto e dunque in forme del tutto diverse, il pericolo di una tendenza, che già ha prevalso in occidente, alla sostituzione delle vecchie forme di burocratismo con forme nuove, più “sociali”, più “oggettive”, più “razionali”, ma non meno imitatrici. Ancor più: avviene di chiedersi quali potranno essere gli sbocchi, le tensioni future tra un potere politico-sociale siffatto e le strutture fondamentali del sistema.

 

In altri paesi socialisti, in Cina soprattutto, è in atto un processo di segno opposto ma altrettanto sovvertitore dell’ordine esistente. Una società ancora meno sviluppata e ancor più povera di risorse di quanto quella sovietica non sia mai stata, con spaventosi problemi demografici e di organizzazione sociale, sottoposta ad una rinnovata spinta aggressiva imperialistica, si ripropone dalle fondamenta il problema del potere socialista. Anch’essa, per motivi del tutto diversi, è costretta a ricercare nuove e più efficaci forme per la lotta al burocratismo, per la mobilitazione delle masse, per l’educazione dei giovani, per la gestione dell’economia, senza delle quali i suoi problemi interni e internazionali non avrebbero soluzione.

 

La risposta che Mao Tse Tung propone a tutto ciò è la “rivoluzione culturale”. E sarebbe sciocco continuare ad ignorare di questa linea – così come finora si è troppo spesso fatto – l’aspetto realmente democratico, il carattere rinnovatore di una così gigantesca esperienza politica di massa, il valore della spinta egualitaria ad essa connessa, per tutto ridurre ad una lotta per il potere tra due gruppi dirigenti o allo scontro di due linee di politica internazionale.

 

Resta però aperto il problema dello sbocco anche di tale esperienza. La spinta democratica assume infatti specificazioni e caratteristiche che la limitano e ne contraddicono le basi: essa appoggia la lotta alla burocrazia ad una dilatazione del potere carismatico del leader, mobilita politicamente masse sterminate ma nella forma di una tensione ideale acritica e quasi religiosa, afferma il diritto alla insubordinazione contro le strutture del potere esistente ma scatenando una molteplicità di spinte spontanee e anarchiche che rischiano di disgregare la società e quindi immediatamente richiedono un nuovo intervento centralizzatore, distrugge il privilegio ma annullando la autonomia degli individui e la certezza del diritto, cerca di ritrovare una dimensione mondiale alla rivoluzione ma lo fa in forme tali, così contraddittorie, semplicistiche e spesso strumentali da essere incomprensibili e da aggravare il suo isolamento. Un clima di incertezza si diffonde così nella società socialista cinese, ne rende precarie e ambigue le prospettive anche agli occhi di coloro che con maggiore interesse e comprensione seguono questa sua nuova drammatica e straordinaria esperienza.

 

Tale è dunque la situazione complessa e difficile in cui oggi si trova il potere socialista nel mondo: nel pieno del suo sviluppo la rivoluzione non solo non ha compiutamente risolto, sulla linea della sua originaria ispirazione, il problema della democrazia e dell’estinzione dello stato, ma le contraddizioni insorgenti su questo terreno minacciano gli equilibri, le strutture, il futuro della nuova società che si è edificata.

 

Ora, se così stanno le cose, non è difficile cogliere proprio nella situazione attuale la conferma di molte tesi leniniste, trovare cioè in Stato e Rivoluzione non poche chiavi di interpretazione della realtà e dunque di una rinnovata iniziativa politica. È in quello scritto infatti che Lenin si chiedeva, sulla scorta di Marx: cosa sostituire alla macchina statale spezzata, quale è il principio costitutivo di un potere di tipo nuovo? E la risposta era rigorosa e perentoria: “uno stato in via di estinzione, costituito cioè in modo tale che cominci subito a estinguersi e non possa non estinguersi” (il corsivo è nostro).

 

Ciò significava, come Lenin venne poi chiarendo, che la forma politica necessaria alla edificazione del socialismo è una democrazia conseguente, la quale rompa i limiti di classe della democrazia mistificata borghese (parlamentarismo, burocrazia, divisione dei poteri) e subito avvii il processo di estinzione dello stato come forza speciale di repressione, come macchina separata dalla società: “Sviluppare la democrazia fino in fondo, ricercare le forme di questo sviluppo, metterle alla prova nella pratica: tutto ciò costituisce uno dei problemi fondamentali della lotta per la rivoluzione sociale”. Di qui la definizione di una serie di istituti politici “democratici” desunti dall’esperienza della Comune: diretto controllo delle masse sull’intero apparato statale, eleggibilità di tutte le cariche e revocabilità del mandato, “salario operaio” ai burocrati ecc. Per questo egli vede nel Soviet qualcosa di più di una esperienza particolare russa, già il primo esempio di un tipo nuovo di potere di valore universale.

 

Certo la democrazia è pur sempre una forma di stato. E la democrazia socialista è la forma del potere statale del quale il proletariato ha bisogno “nel periodo di transizione da una società capitalista ad una comunista”, della “dittatura proletaria”. L’essenza della dittatura proletaria, come di ogni dittatura, è di essere un potere coercitivo, di una classe che “reprime l’altra come tale”: ma tale “dittatura” può e deve assumere la forma di una democrazia conseguente in quanto la “repressione è esercitata da una maggioranza di sfruttati contro una minoranza di sfruttatori” e “lo speciale apparato dello stato è ancora necessario ma è già uno stato transitorio, una democrazia che abbraccia una maggioranza della popolazione così grande che comincia a scomparire il bisogno di una macchina speciale”.

 

D’altra parte l’estinzione dello stato non può che essere graduale, la burocrazia non “può sparire da un giorno all’altro”, le forme politiche non possono anticipare la loro base sociale. La democrazia cioè “implica il socialismo”, la sua compiuta realizzazione comporta quelle trasformazioni della società (sviluppo produttivo, gestione sociale della produzione, distribuzione secondo i bisogni, superamento della divisione del lavoro) che la renderanno, in quanto stato, superflua. Ma, ecco il punto, malgrado la sua gradualità, malgrado che in esso si possano distinguere fasi diverse, la transizione al comunismo è un vero processo, si avvia subito e subito procede. Il fine in tanto si realizza in quanto è immanente in ogni fase e in ogni aspetto della “transizione”. I rapporti comunisti di produzione e la società dei liberi non nascono automaticamente dal rovesciamento della formula di proprietà e dalla nuova direzione dello stato. Essi si realizzano solo in quanto, in ogni momento, esistono delle garanzie oggettive che orientano lo sviluppo, e cioè, particolarmente, un nuovo tipo di potere democratico e una direzione proletaria dello stato. Tale potere e tale direzione non possono pertanto definirsi solo indirettamente attraverso il contenuto della loro politica, ma devono esprimersi direttamente nella forma degli istituti e nel grado di controllo che la classe operaia esercita effettivamente sullo stato.

 

Appare dunque evidente il valore permanente e l’estrema attualità – a questo proposito – di Stato e Rivoluzione, la contestazione che oggettivamente esso rappresenta sia delle palesi forme di autoritarismo dell’epoca staliniana come di nuove e più sottili spinte totalitarie. Lenin contesta in radice quello che è stato finora il limite comune di tutti i tipi di “transizione” al socialismo: cioè la separazione tra una fase in cui si “edificano le basi materiali” e dunque lo stato si rafforza e i rapporti di produzione mantengono un carattere profondamente ambiguo, ed una fase, che non si vede come venga preparata, in cui il processo di estinzione dello stato finalmente possa avviarsi. Più specificamente: egli attacca senza reticenze e nella radice ogni forma di burocrazia fosse pure quella socialmente più meritoria e politicamente più progressiva, afferma la necessità di precise istituzioni in cui la democrazia si organizzi; contesta ogni delega di potere dalle masse ai dirigenti, dalla classe al partito. La democrazia, nella forma più radicale, per lui non è un lusso: è la condizione necessaria per il passaggio al socialismo. Non è chiaro a tutti quanto questo risulti vero, dopo l’esperienza di cinquant’anni e di fronte ai contraddittori processi oggi in atto? Come cioè dal testo leninista venga assai più di una sollecitazione liberalizzatrice e democratica, un preciso ancoramento della democrazia a concreti istituti e a definiti connotati di classe?

 

Ma il discorso – anche a questo proposito – non può fermarsi ad una “verifica”, ad una “riscoperta” del leninismo originario. Innanzitutto, infatti, si pone oggi chiaramente un problema cui Stato e Rivoluzione non poteva e non può offrire alcuna precisa risposta. La rivoluzione di ottobre ha aperto una “parentesi” che non si è ancora chiusa. Essa non rappresenta una fase oltre la quale il processo storico riprende a percorrere la strada prevista. Al contrario la unificazione capitalista nel mondo non è affatto compiuta, i dislivelli tra gli stati e le aree geografiche del mondo si sono accresciuti. La lotta dei popoli oppressi per la propria emancipazione non ha trovato nelle borghesie nazionali un valido protagonista, né nei rapporti capitalistici di produzione un efficace strumento; e dunque sempre più ha assunto e viene assumendo, là dove procede, la fisionomia di una rivoluzione socialista “sui generis”. Nasce di qui un problema specifico che come tale deve essere scientificamente risolto: quello delle forme di transizione al socialismo di società nelle quali l’accumulazione primitiva sia ancora da compiere, le forze produttive siano paralizzate dalla sopravvivenza di pesanti residui premoderni, il proletariato rappresenti una minoranza spesso privilegiata, la pressione economica e politica dell’imperialismo risulti fortissima ed efficace dato il grado della loro oggettiva subordinazione. Come è possibile organizzare, in tali condizioni, un potere politico in grado di contrastare tutte queste forze centrifughe, di supplire questa debolezza delle proprie basi sociali, di rinnovare gli ostacoli allo sviluppo, senza soggiacere alla centralizzazione dispotica e dunque senza originare un soffocante apparato burocratico?

 

Sappiamo quale risposta fu data a questo interrogativo nella società sovietica. Chiusa con una liquidazione secca l’esperienza del comunismo di guerra, lasciò le redini sul collo a rapporti di produzione mercantili sovrapponendo ad essi, per contenerne la spinta disgregatrice, un potere politico che già allora accentuava il suo carattere accentrato e delegato. Più tardi si passò alla lotta diretta contro i rapporti mercantili con la pianificazione della produzione centralizzata e concentrata nei settori decisivi, e con il ferreo controllo del consumo. La base di questo potere socialista in lotta per la trasformazione della società era costituita più che da un nuovo rapporto tra classe operaia e potere, più che dalla diffusione di nuovi rapporti sociali di produzione nell’industria, dalla forza e dalla decisione di un’avanguardia politica che deteneva saldamente il controllo dello stato: uno schema sostanzialmente giacobino. Ma di qui nasceva una spinta crescente al nuovo privilegio, alla burocratizzazione, e, per altro verso, all’inefficienza produttiva e all’apatia delle masse. La soluzione staliniana a questo problema fu il Terrore, nel senso classico del termine: epurazioni, potere personale, violenza, come armi per rendere instabile il potere burocratico, per mantenere una forte tensione nella società, una mediazione tra spinta popolare e apparato, tra nazionalismo e internazionalismo. Il contenuto reale del terrorismo era la difesa del primo paese socialista, la lotta al fascismo, lo sviluppo di una nuova e moderna società: e in questo il potere continuamente ritrovava il proprio significato oggettivo e un collegamento, in URSS e nel mondo, con le masse e con le forze progressive. Ma la soluzione era contraddittoria e senza sbocco. Il Terrore continuamente accelerava la spirale burocratica; il potere autoritario doveva entrare in contraddizione con le nuove forze produttive; l’irrigidimento dogmatico ostacolava lo sviluppo di altre rivoluzioni nel mondo e dunque la rottura dell’isolamento; la pianificazione centralizzata lasciava sopravvivere zone vastissime di produzione premoderna e mercantile. Ancor peggio il potere burocratico e la debolezza di rapporti di produzione socialisti dovevano alla fine alimentare spinte e pressioni di segno opportunista.

 

Quella di Stalin resta comunque la sola risposta effettiva data al nuovo problema storico insorto. La discussione degli anni ’20 sulla politica economica di transizione, di cui Preobrajenski e Bucharin furono protagonisti, non esce infatti sostanzialmente dall’orizzonte staliniano. Il problema comune, cui vengono proposte soluzioni divergenti, è quello di come fronteggiare la pressione insorgente dal settore privato dell’economia, di come e dove trovare le risorse per l’industrializzazione, di quali ritmi dare allo sviluppo; e non quello, invece, delle forme e dei modi di contenere la minaccia di una spinta burocratica, di come riorganizzare il potere statale, di come trovare in nuovi rapporti politici e sociali le premesse per lo sviluppo del settore socialista.

 

Solo oggi, in una situazione del tutto diversa, e in nuovi paesi, il problema del potere socialista in una fase di decollo, nel corso di una lotta al sottosviluppo ancora più drammatica, si ripropone in forme nuove: in Cina, nel Vietnam, a Cuba. E, quale che sia il giudizio che si dia su queste esperienze in atto, una cosa appare evidente: il problema viene nuovamente affrontato e riconosciuto per quello che è e non riproponendo soluzioni libresche o la tematica propria a realtà del tutto diverse; lo stalinismo è così, per la prima volta, messo in discussione sul suo terreno da una ricerca la quale, utilizzando ciò che di grande si è compiuto e anche l’esperienza di errori ormai evidenti, si sforza di affrontare in modo nuovo quella stessa tematica.

 

Tale ricerca ha ormai non pochi elementi su cui poggiare. Da un lato, quelli connessi al carattere stesso di queste nuove società rivoluzionarie: nel loro livello di sviluppo ancora più elementare, nella fisionomia primitivamente collettivistica della società, nel carattere di lunga guerra popolare che ha avuto la loro conquista del potere, e dunque, paradossalmente, nella loro maggiore arretratezza, non è possibile vedere delle premesse preziose per una transizione al socialismo fortemente egualitaria, per una “immatura” diffusione di rapporti di produzione non individualistici, per uno sviluppo ideologico che non passi necessariamente per le fasi della cultura occidentale?

 

D’altro lato a correggere l’unilateralità di un siffatto modello di transizione – più immediatamente egualitario, meno “statale”, più direttamente intrecciato alla società – a comporre le antinomie che necessariamente si riproducono al suo interno e sono destinate ad aggravarsi mentre procede lo sviluppo, può contribuire oggi anche il nuovo carattere della situazione mondiale. Esiste ormai un sistema di stati socialisti sviluppati; e le difficoltà insorgenti nei loro rapporti, le rinascenti spinte nazionalistiche, la difformità delle loro fasi di sviluppo, non può farci dimenticare il peso di questa realtà e la potenzialità positiva che ne deriva. Anche all’interno delle società capitalistiche occidentali avvertiamo il maturare di nuove tensioni, l’incerto procedere di una nuova spinta contestativa. Non può nascere da questa dialettica, e ove si sia capaci di utilizzarla positivamente, da un tipo nuovo di transizione al socialismo delle stesse società sottosviluppate? Qui forse, nella loro incapacità a porsi il problema mondiale nella sua unità e con realismo, cogliamo il limite più grave dell’esperienza oggi in atto in quei paesi.

 

Comunque, a me pare certo che tutta questa tematica deve essere riconosciuta nella sua novità e specificità, affrontata nei termini di una analisi concreta, ed è del tutto inutile ricercare risposte adeguate in testi classici – come Stato e Rivoluzione – ai quali essa è profondamente estranea.

 

Anche rispetto al problema cui si applicava, il passaggio al socialismo come conclusione di un pieno sviluppo capitalistico, Stato e Rivoluzione, dopo cinquant’anni di esperienze e sulla base di una realtà divenuta più trasparente, manifesta però reali insufficienze, lascia permanere irrisolti interrogativi.

 

L’essenziale mi pare questo. Per quanto proceda lo sviluppo capitalistico, la rivoluzione socialista rappresenta e rappresenterà sempre una svolta “immatura”, un salto di qualità, non sarà mai la sanzione giuridica di una nuova società già pronta, ma l’avvio della edificazione di una nuova società. Ora, trovandosi a governare una società ancora divisa in classi, nella quale sussiste la divisione del lavoro e la distribuzione permane di “tipo borghese” è evidente che lo stato proletario, nella sua costituzione e nel suo funzionamento non può non riflettere il limite della sua base sociale. Il radicalismo di certe sue istituzioni “democratiche” (l’avvicendamento alla direzione politico-amministrativa, la revoca del mandato, l’eliminazione della burocrazia e dei suoi privilegi) per un verso si dimostra impraticabile, e per l’altro viene aggirato e svuotato da limiti e meccanismi della vita sociale. Di tutto ciò Lenin è consapevole (e non a caso insiste, oltre che sulla “gradualità” dell’estinzione dello stato, anche sulla “gradualità” con cui la democrazia può veramente operare: al limite la “democrazia” sarà conseguente solo al momento in cui diverrà superflua); ma non si sofferma a considerare tutti gli aspetti e le implicazioni che ne derivano.

 

Due problemi, decisivi, si pongono dei quali oggi possiamo appieno valutare l’importanza. Innanzitutto: la critica del liberalismo deve essere condotta fino al punto di e in modo tale da sopprimere il problema del dissenso e della sua organizzazione nella società e nello stato? Il “potere democratico” può essere esercitato, la lotta alla burocrazia può essere condotta, dal “popolo” o dal “proletario” come un tutto e in modo diretto, oppure presuppone l’articolazione della vita politica e sociale in una serie di istituti e di poteri, una reale competizione degli individui e dei gruppi attraverso cui la volontà popolare possa formarsi, esprimersi, selezionare i suoi dirigenti? In Stato e Rivoluzione questi interrogativi vengono sostanzialmente elusi, gli istituti democratici con tanta passione precisati non riguardano mai direttamente il diritto di espressione e di organizzazione degli individui, delle classi, dei gruppi in cui il popolo concretamente si divide e può dividersi. Più tardi, nel Rinnegato Kautzky, Lenin anche più esplicitamente nega la legittimità del problema, sovrapponendogli la dialettica delle classi in lotta tra loro. Ma la critica a questa impostazione doveva legittimamente muovere anche da sinistra: Rosa Luxemburg fu la prima a fargli notare che la soppressione delle libertà politiche anche se nasce contro la classe avversa fatalmente si ritorce sulla classe che la decide; essa è infatti destinata a tradursi in un isterilimento della ricerca, in una frattura tra classe e partito, in una rinascita del burocratismo.

 

Lenin prima, Stalin poi, si liberarono da queste obiezioni non già adducendo le “particolari condizioni” in cui doveva muoversi il potere sovietico (il che sarebbe stato forse legittimo e meno dannoso) ma con argomentazioni prive di robustezza teorica. Essi giustificarono la soppressione della pluralità dei gruppi politici, della libertà di espressione ideologica, in base al fatto che nella società socialista le classi venivano scomparendo, o in base al fatto che lo stato socialista era “una dittatura proletaria” e la “cultura” ha sempre carattere “partitico”. Ma, proprio tali argomentazioni contraddicevano le fondamenta stesse del loro discorso: il riconoscimento, ad esempio, del carattere composito della base sociale del nuovo regime (operai-contadini) e, soprattutto, la teoria antispontaneista della coscienza di classe e della sua formazione. Nella misura in cui permangono stratificazioni nella società, e la classe operaia non è “soppressa”, è impossibile che la sovranità popolare si formi e si esprima senza mediazioni; il democratismo semplificato si arrovescia necessariamente nel potere delegato ad un partito giacobino che tende necessariamente a trasformarsi in burocrazia. Oggi tutto ciò appare evidente: non solo perché l’esperienza sovietica insegna qualcosa, ma perché lo sviluppo della società capitalistica avanzata non conduce affatto né ad una liquidazione delle stratificazioni sociali all’interno delle forze rivoluzionarie, né ad una più spontanea identità tra coscienza rivoluzionaria e immediatezza proletaria. Ma la soluzione del problema non è facile come pensavano gli oppositori di Lenin, e come, con leggerezza, molti revisionisti attuali credono che sia.

 

La prima difficoltà nasce dal fatto che i “diritti di libertà” intanto hanno potuto esistere, nell’esperienza borghese, in quanto collegati all’istituto della proprietà privata che ad essi forniva la necessaria base materiale e che conteneva, con i suoi meccanismi oggettivi, ogni dilatazione anarchica ed eversiva. Come trovare dunque un fondamento all’autonomia degli individui e dei gruppi in una società in cui la proprietà è collettiva ma le “basi materiali” hanno ancora il segno della scarsità e della necessità, in cui cioè la proprietà non è ancora “sociale”, ma è semplicemente “pubblica”? E, d’altra parte, come impedire che la competizione politica e ideologica non degeneri in corporativismo o in anarchia in una società in cui il tessuto unitario è eminentemente politico, in cui la libertà degli individui non trova ancora il proprio “limite” nell’effettiva composizione dell’antagonismo (se non della distinzione) individuo-genere?

 

E una seconda difficoltà si aggiunge: la democrazia socialista è anch’essa, come ogni stato, lo strumento di una classe e intanto realizza i propri fini e rispetta la propria natura in quanto assicura una effettiva direzione dello stato da parte del proletariato. Ora, il proletariato, anche in una società socialista, esiste come una realtà materialmente determinata, e non solo come idea e concetto: e la sua caratteristica fondamentale è di rappresentare il polo negativo e inferiore della società. È proprio per questo, anzi, che la sua liberazione è insieme la sua soppressione, e la sua soppressione è liberazione di tutta la società. Ma proprio per questo, anche, il proletariato, fino a che esiste, sarà incapace di esercitare una egemonia sociale, non è la “classe dirigente” nel senso tradizionale, della società. Il suo potere politico dunque sovverte in ogni momento la “naturale gerarchia”, fa continuamente violenza alla società esistente e la sua “dittatura” non può esprimere la propria “violenza” se non sul piano politico. Per questo la democrazia socialista non è “lo stato di tutti” ma, nella sua costituzione politica, direttamente riflette il proprio carattere di classe. La dittatura proletaria è per definizione la “direzione di coloro che non la meritano” e non può mai risolversi unicamente in egemonia. Ma come evitare che questa violenza si risolva contro la stessa classe operaia, divenga la base di un potere burocratico staccato e contrapposto alla classe in nome della quale governa, e dunque lo strumento non di un’espansione della democrazia ma di un consolidamento del privilegio?

 

La risposta a questi interrogativi può essere ricercata, e Lenin stesso la ricercò in buona parte, nella teoria del partito come avanguardia di classe, che con la coscienza teorica e l’unità organizzativa rovescia lo svantaggio del proletariato, ne trascende l’immediatezza, ne fa realmente la “classe dirigente”. Ma, in realtà, in questo modo il problema, più che essere risolto è riproposto a un livello più alto e in modo più fecondo. Nella vita del partito, infatti, la questione dell’articolazione e del dissenso si ripresenta, così come nuovamente si profila la minaccia della separazione tra dirigenti e diretti: la teoria leninista del partito come colui che dall’esterno elabora una “scienza della rivoluzione”, e introduce una coscienza rivoluzionaria nella classe, così come la concezione organizzativa del partito centralizzato “organo di combattimento”, non consentono di contrastare validamente questa risorgente tentazione giacobina o, peggio, burocratica. La “democrazia di partito” pare riflettere le stesse contraddizioni della “democrazia generale”.

 

La più interessante linea di ricerca per uscire tale impasse a me pare quella imboccata da Gramsci e che, come sappiamo, tenta di definire un nuovo rapporto fra partito e classe, fra coscienza e immediatezza, e che elabora una nuova concezione del partito, come intellettuale collettivo, come “prefigurazione”, come sistema egemonico.

 

Ma, a ben vedere, proprio questa ricerca, se da una parte ci avvicina alla reale soluzione del problema specifico, d’altra parte apre una nuova tematica. Il partito infatti in tanto può essere e funzionare così come Gramsci lo concepisce in quanto possa realmente “mediare” un movimento della società e della classe, un complesso sistema di organismi di tendenze, di idee (il sindacato, la cultura, il costume ecc.) su cui stabilisce una egemonia; e tali realtà in tanto esistono, a loro volta, in quanto abbiano una dimensione organizzata, siano centri autonomi di potere, e in tanto sono mediabili in quanto, nella società che riflettono in modo più diretto, sia effettivamente in atto un processo di unificazione: la società si “disponga” all’egemonia dell’avanguardia.

 

Arriviamo dunque al secondo problema che Stato e Rivoluzione lascia in gran parte aperto e che invece sempre più chiaramente assume un valore centrale: quello del rapporto tra il potere socialista e la sua base sociale; dell’estinzione dello stato come soppressione positiva, cioè come rimozione dei presupposti economico-sociali cui è legata la sua esistenza.

 

Lenin affronta questo problema nell’ultima parte di Stato e Rivoluzione riprendendo e commentando i celebri passi della marxiana Critica al programma di Gotha, e distingue dunque due fasi del processo di transizione, la fase inferiore (comunemente detta socialismo) e la fase superiore (comunismo), analizzando per ciascuna di esse la questione dello Stato in relazione alla base economica.

 

Ora, per ciò che riguarda la “fase superiore” tale relazione è definita, sia pure nella forma estremamente sintetica di Marx, in modo rigoroso: la estinzione completa dello stato troverà i suoi fondamenti nel nuovo carattere del lavoro, nell’abbondanza dei beni, nella distribuzione “secondo il bisogno”.

 

Per quanto riguarda invece la “fase inferiore” le cose sono meno convincenti: appare cioè assai meno chiaro come e perché, grazie a quali meccanismi, essa sia realmente di “transizione al comunismo” e su quali fondamenti economico-sociali, in essa, poggi il processo di estinzione graduale dello stato, l’esercizio democratico del potere.

La società di transizione, infatti, come la definisce Lenin, si caratterizza da un lato per il fatto che “non esiste lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo poiché non è più possibile impadronirsi in proprietà privata dei mezzi di produzione”, dall’altro lato, per il fatto che la pianificazione si estende a tutta l’economia e “tutti i cittadini diventano gli impiegati e gli operai di un solo cartello di tutto il popolo, dello stato”.

 

Ma bastano queste caratteristiche a garantire il carattere socialista della società, l’effettiva transizione al comunismo, la estinzione graduale dello stato?

 

In effetti la proprietà comune dei mezzi di produzione non equivale assolutamente alla loro appropriazione sociale. Poiché il lavoro conserva il suo carattere “particolare” ed “estraniato”, poiché l’accumulazione ancora si basa sul “lavoro immediato” non pagato dall’individuo, poiché i beni di consumi sono scarsi rispetto al bisogno, la gestione della economia non è e non può essere “gestione sociale e diretta” ma si presenta nella forma della proprietà e della pianificazione statale. L’esistenza o meno dello sfruttamento e la sua misura, il contenuto sociale della pianificazione dipendono dunque dal fatto che non esistono nella struttura del potere statale gruppi privilegiati e improduttivi i quali possano per altra via appropriarsi di una parte del plusvalore o fondare su di esso un proprio esclusivo potere; dal grado cioè di un effettivo controllo delle masse sullo stato e sulla pianificazione. Rimane insomma aperta la questione della differenza tra capitalismo di stato, esteso a tutta l’economia, e socialismo.

 

Si sarebbe dunque costretti, per uscire da questa impasse, ad un nuovo rinvio al “carattere democratico e di classe del potere statale”, del quale invece si cercava di trovare un fondamento sociale. Lenin cerca di rompere tale circolo vizioso attraverso un nuovo concetto: “censimento e controllo – egli dice - [che] sono l’essenziale per regolare il funzionamento della società comunista nella sua prima fase […] sono stati semplificati all’estremo dal capitalismo che li ha ridotti ad operazioni estremamente semplici di sorveglianza e di registrazione e a rilascio di ricevute, cose tutte accessibili a chiunque sappia leggere e scrivere e fare le quattro operazioni”. Per questo, una volta spezzata la macchina burocratica che serviva a perpetuare il potere ormai arbitrario della borghesia, esistono già le basi sociali per una democrazia, per un potere non burocratico. Ma l’attuale realtà capitalista e l’esperienza ormai compiuta nelle società socialiste dimostrano che tale analisi non è fondata: le funzioni statali non tengono affatto a semplificarsi, e il potere burocratico dimostra di avere radici straordinariamente profonde che lo fanno risorgere anche al di là dell’”espropriazione degli espropriatori”.

 

E ciò non avviene a caso. L’analisi di Lenin infatti presuppone che lo sviluppo delle forze produttive, liberato dall’impaccio dell’anarchia concorrenziale e dall’appropriazione privata, si affermi come una positività univoca, tenda di per sé alla piena realizzazione dei rapporti sociali di una società comunista. Solo così, infatti, verrebbe fin dall’inizio meno un problema di scelte e di fini, la pianificazione si ridurrebbe a razionale amministrazione, e la funzione statale si ridurrebbe al controllo e al censimento delle forze produttive, verrebbe pertanto a mancare una base sociale oggettiva alla burocrazia, e il potere burocratico potrebbe essere combattuto come una pura degenerazione sovrastrutturale.

 

Ma la realtà si presenta oggi, proprio a questo proposito, molto più ambigua. Lo sviluppo delle forze produttive avviene, nel capitalismo maturo, non solo malgrado ma anzi attraverso una più grave alienazione e divisione del lavoro, la subordinazione del consumo e la deformazione dei bisogni, la disgregazione del corpo sociale e la sua incapacità ad esprimere fini non formali e valori autonomi. Le funzioni statali, allora, non si semplificano ma si complicano e si estendono perché la società, per funzionare, ha bisogno di finalità surrettizie imposte da un ente esterno; il potere non diviene fungibile perché la società non mette in grado “tutti i cittadini” di esercitarlo, ma anzi, al contrario, ha bisogno di una èlite che le fornisca un ordine arbitrario, e continuamente seleziona e forma con i propri meccanismi questa èlite. Si estendono e si approfondiscono, dunque, le radici del potere burocratico: la burocrazia appare sempre più come la proiezione alienata delle contraddizioni e delle aporie del corpo sociale.

 

Ora, poiché il burocratismo si radica nel tessuto più profondo della società, nella natura delle forze produttive e nei rapporti sociali di produzione, la statalizzazione della proprietà e la pianificazione del processo produttivo non bastano più a neutralizzarne la spinta: al contrario, proprio perché esse rappresentano una estensione del potere statale diretto su tutta la società, il burocratismo diviene una minaccia specifica, il nemico interno peculiare delle società socialiste. Sia chiaro, ciò non significa affatto come vorrebbero i critici romantici della società industriale, che oggi l’autoritarismo (“l’alienazione dell’individuo”) dipenda non dal regime sociale ma dalla scienza e dalla tecnica moderna; vuol dire piuttosto che tra l’autoritarismo e i rapporti sociali di produzione esiste un rapporto più complesso, mediato dal carattere che le forze produttive in una certa struttura sociale assumono, e dunque esso deve essere affrontato e rimosso anche a questo più profondo livello.

Risolvere, come spesso si è tentato di fare, tale problema dicendo semplicemente che la “democrazia” deve estendersi alla gestione dell’economia, serve ad indicare la giusta direzione di ricerca, a definire alcune importanti e immediate rivendicazioni istituzionali, ma non basta. L’analisi dei problemi specifici del piano – non vale qui la pena di dimostrarlo concretamente – ci riporta infatti abbastanza rapidamente ad analoghe impasses; e, non certo a caso, la “democratizzazione del piano” tende poi a realizzarsi nella pratica con la reintroduzione di meccanismi di mercato.

 

Il vero nodo della questione è un altro. Lo Stato può subito “cominciare a estinguersi”, il piano cominciare ad evolvere verso la “gestione diretta” solo se “subito comincia” a realizzarsi il comunismo, cioè se subito si fanno dei reali passi in avanti in quei processi reali e oggettivi da cui la società comunista dovrà risultare: se cioè il lavoro cambia “gradualmente” natura, superando il proprio carattere specialistico ed estraniato per divenire bisogno di universalità, libera espressione dell’individuo; se il consumo diviene “gradualmente” anch’esso espressione della personalità, anziché distruzione o spreco, in ciò trovando la propria autonomia e il proprio limite naturale; se insomma l’individuo, nella sua completezza, è messo “gradualmente” in grado di appropriarsi direttamente di tutta la ricchezza sociale, e la ricchezza sociale si alimenta “della appropriazione dell’universale forza produttiva, cioè dell’individuo sociale”. Solo su questa base lo stato può “gradualmente” ridursi a “censimento e controllo” fino ad estinguersi. Per esprimerci con un paradosso che rovescia la celebre frase di Lenin: lo Stato “potrà essere diretto da una cuoca” solo nella misura in cui non esisteranno più cuoche.

 

Non per questo, evidentemente, il problema della democrazia socialista perde la sua specificità, la discussione intorno alla “costituzione politica” perde di importanza. Proprio perché l’edificazione di un nuovo ordinamento sociale si presenta come un processo complicato, diventa evidente il condizionamento reciproco tra i diversi piani in cui la “transizione” si compie: il politico e l’economico, il sociale e il culturale. Ma appunto nella sua unità questo processo deve essere colto, correggendo una unilateralità fino ad oggi prevalente che troppo ha affidato lo sviluppo dei rapporti socialisti di produzione al puro meccanismo della pianificazione e al potere statale proletario e tropo poco ha analizzato, pensato, inventato sul terreno delle concrete trasformazioni dell’ordinamento sociale, dei contenuti materiali della produzione. Si impone dunque tutta una nuova direzione di ricerca e di iniziativa, politica, sociale, economica, che affronti in concreto i problemi del lavoro, della produzione, del consumo, della famiglia, del tempo libero, della cultura, della tecnica, nelle società socialiste. Qui la questione della democrazia troverà basi nuove, oggettive, una reale via d’uscita dalla alternativa burocratismo-anarchia.

 

Può sembrare che, in questo modo, la questione si complichi, che ci vengano meno, o perdano rilievo, formule semplici e rivendicazioni elementari (rinascita dei Soviet, libertà di espressione politica e culturale, controllo operaio nelle imprese ecc.), che insomma il discorso, anche qui, per “approfondirsi” si disperda e divenga impraticabile. E certo questo pericolo esiste per il fatto stesso che, su questo terreno, quasi tutto è ancora da fare; e non mancheranno mai coloro che nella complessità e circolarità dei problemi troveranno un alibi all’inerzia e al conformismo.

 

Ma la realtà che ci sta di fronte, nei paesi capitalisti e in quelli socialisti, oltre a imporre questo terreno, lascia – a mio avviso – ormai anche scorgere un “movimento reale”, i “materiali necessari” per lavorare teoricamente e praticamente in questa direzione. La scienza e la cultura, ad esempio, già oggi pongono, nelle loro interne contraddizioni, il problema del superamento delle “specializzazioni”: le maggiori conquiste nel campo delle scienze naturali e sociali nascono ormai da un continuo scomporsi e ricomporsi delle discipline, da una crisi positiva della divisione del lavoro. L’attività produttiva, almeno nei settori di avanguardia, già forma una “personalità” del lavoratore “tendenzialmente universale” che contraddice il carattere concreto della professione e postula un lavoro diverso. Nel dominio del consumo, non solo il crescere delle capacità produttive eccedenti rispetto ai bisogni naturali ed elementari già offre la base materiale di un consumo propriamente umano, ma lo stesso sviluppo civile fa maturare con nuovo carattere di emergenza bisogni collettivi nuovi (salute, città, relazioni tra i sessi e generazioni) che esigono un superamento radicale dei rapporti sociali esistenti.

 

L’orizzonte in cui ormai l’uomo si muove è l’orizzonte del comunismo. E non paia azzardata questa affermazione solo per il fatto che il mondo ancora vive sotto il dominio del capitalismo, il terrore della sua violenza, la suggestione della sua nuova barbarie, il dramma del sottosviluppo.

 

Ci avviciniamo infatti – in intere aree mondiali – a quel traguardo oltre il quale – come diceva Marx nei Grundrisse – “non è né il lavoro immediato eseguito dall’uomo, né il tempo che egli lavora, ma l’appropriazione della sua universale forza produttiva, la sua comprensione della natura e il dominio su di essa attraverso la sua esistenza di corpo sociale, in una parola lo sviluppo dell’uomo sociale, che appare come il pilastro di sostegno della produzione e della ricchezza”. E perciò “il furto del tempo di lavoro altrui su cui riposa la ricchezza odierna appare una base miserabile rispetto a questa nuova base. Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande sorgente della ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la sua misura, il valore di scambio del valore d’uso […]”. E dunque: “il risparmio di tempo di lavoro equivale all’aumento di tempo libero, cioè di tempo utilizzabile per il pieno sviluppo dell’individuo che come massima forza produttiva a sua volta reagisce sulla produttività del lavoro. Dal punto di vista del diretto processo produttivo esso può essere considerato come produzione di capitale fisso; questo capitale fisso being man himself”.

 

Proprio questi brani mi paiono illuminanti. Per Marx il comunismo non è (alla maniera della società vagheggiata da un Galbraith o dai “filosofi dei valori” marcusiani o neotomisti) un “di più di libertà e di umanità” che la società, dopo essersi assicurata un certo livello di produzione materiale, e realizzando le condizioni per controllare e dirigere tale produzione, può finalmente permettersi. La sua critica dell’utopismo è assai più radicale: il comunismo è l’organizzazione sociale oggettivamente necessaria quando le forze produttive abbiano raggiunto un grado tale che il loro ulteriore sviluppo può avvenire solo su di una base “meno miserevole dello sfruttamento”, e dunque implica una piena esplosione della libertà e della creatività dell’individuo sociale. La critica qualitativa allo sviluppo capitalistico a questo punto converge con quella quantitativa, ne è la indispensabile premessa. Proprio per questo, il momento dell’utopia non è semplicemente soppresso, diviene progetto rivoluzionario, organizzazione cosciente della reale potenzialità di un contesto sociale che tutta la storia ha prodotto. Ma, se così stanno le cose, e a me pare che così ormai stiano, aprire un discorso sul comunismo, in termini concreti e attuali, di fronte alla realtà dei paesi avanzati, del campo socialista e di quello capitalista, non significa “isolare” questa realtà dal resto del mondo o sovrapporre un’utopia, una “gerarchia di valori” al prosaico della realtà. Certo, significa in primo luogo ridare un senso reale e comprensibile al progetto rivoluzionario per le grandi masse di questi paesi (e non solo per le frange più miserevoli), parlare dei loro veri e nuovi problemi, far esplodere le più profonde tensioni del sistema; ma significa anche aprire nuove strade, in questi spessi paesi, per la liquidazione dello spreco e lo sviluppo economico, dare alle forze produttive una dimensione e una qualità adeguate alle esigenze ogni giorno più drammatiche della maggior parte del mondo ancora sottosviluppata e anzi in disgregazione.

 

Qui dunque, in un nesso più stretto tra qualità e quantità, tra libertà e produzione, tra democrazia politica e organizzazione sociale si può ritrovare oggi, a mio avviso, il filo rosso che unifica il movimento rivoluzionario mondiale. Ciò che alla mentalità ristretta del capitalista o del burocrate può apparire una “fuga in avanti”, è la condizione indispensabile per un nuovo realismo.

 

Il merito fondamentale di Stato e Rivoluzione, la ragione della sua modernità e fecondità a me pare, concludendo, stia proprio nel fatto di condurci, malgrado le sue stesse insufficienze, con il radicalismo della sua ispirazione rivoluzionaria, al di là del marxismo impoverito dalla versione socialdemocratica e da quella kruscioviana, direttamente a questa problematica, che è la problematica di Marx e il vero centro della rivoluzione del nostro tempo.

 

 

Problemi del Socialismo, n.22, WSettembre 1967

 

 

 


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