il manifesto      numero 1                                                      giugno 1969

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                                                             Lotte operaie
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Lucio Magri

 

LA STRETTA D'AUTUNNO

 

 

 

Alla fine del 1969 scadranno i contratti sindacali di alcune fra le maggiori categorie: metallurgici, edili, chimici. Quelle categorie alla cui lotta è legata la vi­cenda sindacale degli anni successivi. Questa volta, ed è un indizio promettente di combattività, i sinda­cati sembrano decisi a stringere i tempi: a presentare già a settembre le rivendicazioni alla controparte, così che la vertenza possa svilupparsi e possibilmente con­cludersi entro la fine dell'anno e il nuovo contratto entri in vigore alla effettiva scadenza del vecchio. Nel corso dell'autunno-inverno dunque possiamo prevede­re che la lotta operaia giungerà ad uno scontro de­cisivo.

Dall'esito, di questo scontro, e anzi già dal modo in cui esso si svilupperà, dipende in larghissima misura l'evo­luzione e l'approdo della crisi che scuote il paese ed appare ancora aperta a molte ed opposte soluzioni. Dipende infatti dall'esito delle lotte operaie, e ormai quasi solo da quelle, se la crisi, per ora soprattutto evidente nella sua dimensione politica, raggiungerà li­velli più profondi, ulteriormente acutizzando le ten­sioni economiche e sociali su tutta l'area del sistema; oppure se, giocando su un relativo allentamento di tali tensioni, il sistema porta affrontare con carte più forti il problema di un nuovo equilibrio politico-par­lamentare.

 

 

Esistono margini per concessioni?

 Queste alternative non sono affatto accademiche. Esi­stono nella situazione attuale dell'economia italiana, del movimento e delle organizzazioni operaie le condi­zioni perché la lotta raggiunga grossi obiettivi, così sindacali come politici. Quali condizioni, quali obiet­tivi? E in quale modo tali condizioni possono essere effettivamente sfruttate e tali obiettivi raggiunti? Un primo elemento di riflessione è dato dalla situa­zione della economia italiana la quale sembra offrire condizioni favorevoli per lo sviluppo ed il successo della lotta rivendicativa, ma, insieme, destinata a su­birne duramente il contraccolpo. Le condizioni favo­revoli sono evidenti: da un lato, in questi anni, at­traverso un vasto processo di riorganizzazione e con­centrazione, l'industria ha realizzato incrementi di pro­duttività sensibilmente eccedenti la dinamica salaria­le; dall'altro lato la situazione del mercato del lavoro (soprattutto qualificato) nei grandi centri industriali e la forte dipendenza dell'industria dalle commesse del mercato internazionale assicurano allo sciopero ope­raio grande efficacia; infine la consapevolezza oggi diffusa che un « certo grado » di incremento della do­manda è necessario per mobilitare le risorse produt­tive e accelerare il ritmo dell'espansione dà alle ri­chieste operaie una patente di ragionevolezza.

Nello stesso tempo, la situazione economica lascia, a nostro avviso, ragionevolmente prevedere che consi­stenti concessioni salariali, generalizzandosi e stabi­lizzandosi, sono destinate oggi, come e ancor più che nel 1962, a provocare uno sconvolgimento dell'equi­librio del sistema. È una previsione controversa, che richiede qualche considerazione. Un primo elemento che la giustifica sta nella rilevante difformità fra le imprese. Già l'accordo per le zone tende a mettere in difficoltà le aziende e i settori marginali: un sensi­bile aumento del costo del lavoro può dunque deter­minarne la crisi o comunque costringere ad un pe­sante sforzo di riorganizzazione una parte importante 'della struttura industriale. Secondo elemento, lo stato del commercio internazionale. Negli ultimi anni le esportazioni sono divenute, per l'industria, il fattore fondamentale di equilibrio e di sviluppo. Certamente, una espansione tanto rapida e generale è prova di un elevato grado di competitività; ma è anche vero che, in buona parte, le esportazioni si sono largamente avvalse, per conquistare nuovi mercati, di una costan­te riduzione dei prezzi. Ciò significa che mentre nel mercato interno il vantaggio accumulato dagli incre­menti di produttività rispetto a quelli dei salari si è tradotto in maggiore livello dei profitti e costituisce una riserva per concessioni salariali, nel mercato este­ro quei margini, almeno in parte, si sono già tradotti in una diminuzione relativa e assoluta dei prezzi. Un aumento del costo del lavoro, dunque, almeno per quei settori che esportano al limite delle loro capa­cità, non può non rimettere in discussione l'eccezio­nale ma precario livello delle esportazioni. Basterà l'aumento della domanda interna a equilibrare tale effetto?

Veniamo qui al punto decisivo: cioè alle rea­zioni che una sensibile rottura del blocco salariale può provocare negli equilibri generali dell'economia, più ancora che nei bilanci delle imprese. Non c'è dubbio che l'economia italiana lavora, da al­cuni anni, al di sotto delle sue capacità: ma nel senso che una parte consistente del capitale risparmiato non è stato investito, e una parte consistente di forza la­voro disponibile è restata disoccupata. La questione di fondo è se un forte incremento della domanda di consumo sia in grado di generare un processo espansivo che mobiliti le risorse inutilizzate senza determi­nare pregiudizialmente una crisi inflattiva, la sfiducia degli operatori e una tensione degli scambi interna­zionali tali da bloccare in partenza il processo. A que­sto proposito sono legittime serie riserve. Un sensi­bile aumento del salario operaio e dunque, come ac­cade sempre in Italia, un ancor più sensibile aumen­to degli stipendi e delle varie forme di rendita, pro­durrà una domanda aggiuntiva di beni di consumo, alimentari e non alimentari. Tale domanda si troverà di fronte un sistema produttivo che, non avendo al­largato le sue basi, lavora già vicino alla piena utiliz­zazione, e dunque di ^ fronte ad una offerta relativa­mente rigida; solleciterà quindi le imprese ad avviare nuovi piani di investimento, inducendo una domanda di beni di investimento anch'essi in larga misura non reperibili sul mercato interno. Per un verso come per l'altro essa appare dunque destinata a produrre rapi­damente una tensione inflattiva e un deficit nella bi­lancia dei pagamenti.

Se esistesse su tutta la superficie del sistema una suf­ficiente capacità di rapidi investimenti, e, al vertice, un potere pubblico in grado sia di contenere la dina­mica dei redditi parassitari e i fenomeni speculativi, sia di promuovere e dirigere l'espansione, sia di me­diare le acute tensioni sociali che l'inflazione scate­na, nulla impedirebbe al sistema — date le consistenti riserve valutarie, l'abbondanza di risparmio non im­piegato e le risorse di mano d'opera disponibili di « cavalcare con calcolato rischio » la tigre dell'inflazio­ne, e anzi di utilizzarla ai fini della razionalizzazione produttiva. Ma poiché nessuna di queste condizioni è presente in misura consistente, è ragionevole pre­vedere che un improvviso aumento dei consumi pro­duca ancora, come nel 1963, una crisi congiunturale. In' sostanza, l'aver in questi anni affrontato con stru­menti prevalentemente deflattivi il problema della cri­si precedente, senza andare alle sue radici, fa sì che, al nuovo ciclo, la minaccia della crisi si profili in forma più grave e ancora prima che la fase espansi­va si sia effettivamente avviata.

Ovviamente questo non vuol dire che il capitalismo italiano manchi di prospettive di sviluppo. Ma solo che ha un vitale bisogno di garantirsi ancora un con­trollo sulla dinamica salariale e un pieno potere in fabbrica per avviare una fase espansiva fondata su un graduale aumento degli investimenti e con una pro­mettente prospettiva di profitto.

Ad ogni modo, quel che ci importa affermare è solo questo: che le lotte contrattuali del prossimo autun­no-inverno hanno margini oggettivi per strappare so­stanziali miglioramenti, ma che, nella misura in cui li strapperanno, condurranno probabilmente ad un ag­gravamento della instabilità politica ed economica. Esiste così una discriminante assai sottile, al di qua o al di là della quale le organizzazioni sindacali con le loro scelte, i lavoratori con la loro lotta possono avviare processi politico-sociali di fondo del tutto di­vergenti.

Il discorso viene dunque allo stato del movimen-alla sua condizione soggettiva. È esso, oggi, in zrado di sfruttare a fondo le condizioni relativamente favorevoli in cui si svolgerà la lotta rivendicativa e sarà capace di forzare quella soglia,, oltre la quale k lotta rivendicativa si carica di un dirómpente si­gnificato politico?

 

Lo stato del movimento

È evidente che le lotte contrattuali verranno a ca­dere in una situazione meno favorevole di quella dei  mesi scorsi. Il movimento di massa, almeno in certi settori, registra difficoltà e riflussi. La scuola resta teatro di una tensione immutata, ma il movimento studentesco, diviso ed in crisi, appare incapace di esercitare la grande suggestione del 1968. Le lotte sin­dacali assumono ogni giorno aspetti più acuti, ma spesso denunciano, soprattutto nel settore terziario o del pubblico impiego, un disorientamento di prospet­tiva e tentazioni corporative. Anche alcune grandi esplosioni sociali non hanno l'univocità e la chiarez­za dello scorso anno: Battipaglia non è Valdagno o Torino.

Nell'opinione pubblica non è difficile avver­tire qualche sintomo di una rinascente preoccupazione conservatrice. Nelle forze politiche traspare una certa fretta di accantonare il ripensamento sul proprio rap­porto con la realtà sociale, e di avviare tra loro un dialogo che stabilizzi in qualche modo le cose. E tuttavia il movimento di classe è ancora in fase espansiva. Le lotte aziendali dell'inverno e della pri­mavera (Pirelli, Rodiatoce, Fatme, Marzotto, Fiat e altre) hanno testimoniato di un elevato livello di combatti­vità delle masse, e d'una loro capacità di dirigersi come forse mai nel passato. L'inizio della discussio­ne sulla piattaforma contrattuale dei metallurgici con­ferma l'elevatissimo grado di mobilitazione di questa decisiva categoria. E non meno della volontà di lotta valgono i livelli dei contenuti rivendicativi che si ven­gono esprimendo.

Anzitutto, in ogni settore della classe operaia, la pre­cisa volontà di ottenere, in sede contrattuale, un au­mento dei salari rilevante e immediato. Dopo due ver­tenze (1962 e 1965) in cui il fronte di lotta princi­pale concerneva la struttura contrattuale e i diritti sindacali, gli operai sono decisi ad ottenere, questa volta, in primo luogo una rivalutazione radicale e ge­nerale dei minimi di paga. Ed è evidente quanto si presenti più facile da condurre una lotta nella quale fin dal primo momento sono sul tappeto rivendica­zioni semplici e unificanti, come quella salariale. In secondo luogo, in questi due anni, le conquiste normative faticosamente strappate nei contratti pre­cedenti sono venute acquistando un peso effettivo. Si sono cioè sviluppate nel corso delle lotte azien­dali, e come risposta all'intensificazione del lavoro, le condizioni per un intervento reale degli operai sul­l'organizzazione del lavoro: la formazione di quadri sindacali di fabbrica capaci di mantenere aperta una contestazione dell'arbitrio padronale, e la sperimen­tazione di una effettiva partecipazione operaia alla co­struzione ed alla direzione delle lotte. Da ciò si può già valutare quanto sia più difficile oggi per il padro­nato riassorbire e annullare attraverso la riorganizza­zione del lavoro, la riduzione di orario, la declassifi­cazione, e così via, le concessioni effettuate sul ter­reno contrattuale. E come la lotta del prossimo autun­no costituisca per i capitalisti anche un momento de­cisivo, fosse l'ultima occasione per far recedere un processo di crescita del potere operaio in fabbrica che li minaccia seriamente.

Infine non va trascurato l'orientamento e il grado di unità delle organizzazioni sindacali. In questo occorre sbarazzarsi di schemi propagandistici e di comodo. Non vi è dubbio che in tutte le lotte esemplari dell'ultimo anno (Montedison, Marzotto, Pirelli, con la sola ecce­zione, forse, della Fiat) i lavoratori si sono collocati alla sinistra del sindacato, imponendogli spesso forme e contenuti di lotta più avanzati di quelli che esso avrebbe adottato. Così come non vi è dubbio che, nelle prevedibili condizioni politiche, la radicalizzazione delle lotte contrattuali susciterà nei vertici delle confederazioni una preoccupazione moderata e lo sfor­zo di esercitare una « ragionevole » mediazione. Ma essenziale resta, almeno nell'immediato, il fatto che i sindacati italiani hanno finora dimostrato, di fronte alla pressione dei lavoratori, una apertura e una di­sponibilità diversa da quelli francesi. Né la cosa può stupire: per anni è andato avanti un lavoro pre­zioso di costruzione di piattaforme e di formazione di quadri, che solo uno sciocco settarismo può far di­menticare, e che certo compensa lentezze e incertezze nella direzione politica dei sindacati.

È andato avanti anche un rapporto tra le diverse organizzazioni non solo come compromesso o operazione di vertice, ma come concreto paziente superamento, nella lotta, dei residui scissionistici. Un salto di qualità si sta poi fa-do, su questo piano, con la sperimentazione (in parte vo­luta, in parte subita) di forme di partecipazione diretta dei lavoratori all'elaborazione della piattaforma e alla conduzione della lotta. Non si tratta di una pura riven­dicazione di democrazia. Ma della volontà evidente dei lavoratori di impedire in ogni momento al sindacato di diventare una istituzione mediatrice. In ogni settore, sentiamo già oggi crescere una critica costante al mode­ratismo delle organizzazioni, e di questo dato le organiz­zazioni stesse non potranno non tenere conto senza pa­gare un prezzo troppo alto e compromettere una linea e un lavoro portati avanti per anni. In conclusione, è da prevedere che le lotte contrat­tuali del prossimo autunno — per l'incompatibilità tra li­vello delle rivendicazioni operaie e margini di concessio­ni di cui il sistema dispone — portino ad una fase nuo­va nello scontro sociale, ad una acuta tensione nell'eco­nomia e dunque ad una situazione politica aperta ad alternative radicali.

 

 

Un momento di transizione

Anche una considerazione, più di fondo e meno legata alla congiuntura, spinge a riflettere sul valore poli­tico decisivo delle lotte rivendicative in atto. Ed è questa: il « maggio » francese e gli scontri sociali de­gli ultimi anni in Italia hanno rivelato una carica di lotta operaia alla quale ormai pochi credevano. La classe operaia, muovendo dalle sue esigenze più im­mediate, è venuta quasi spontaneamente ponendo pro­blemi di potere e di controllo sull'organizzazione del lavoro e della produzione; e di qui nasce la progres­siva esplicitazione di un valore politico della lotta.

È vero che, particolarmente in Italia, questa tendenza è stata preparata ed ha trovato espressione in una elaborazione sindacale avanzata. Ma basta questo per abbandonarsi all'ottimismo? Per considerare ormai ano­mala la situazione della classe operaia americana e tedesca, ed affidarsi ad un lineare sviluppo della co­scienza rivoluzionaria in quella francese ed italiana? Rispondere a questo interrogativo implica qualcosa di più di quella guerra di citazioni di Marx, o di quei di­scorsi di principio intorno al ruolo della classe ope­raia con cui, troppo spesso, si elude il problema; esi­ge una ricerca precisa e di lungo periodo intorno alla storia della classe operaia occidentale e delle sue lotte, alla sua composizione, alla sua collocazione nel proces­so produttivo in una società di capitalismo avanzato.

È evidentemente una tematica che non può essere affrontata di sfuggita in questa sede; su di essa « Il Manifesto » si propone di tentare un lavoro più pre­ciso. Tuttavia, già il fatto che nel movimento operaio inglese o americano non sono mancati momenti — come oggi da noi — di lotte estremamente avanzate e sono state conquistate posizioni di potere di grande rilievo, poi logorate o perdute; o, per altro verso, le difficoltà che nella grande crisi del « maggio » la classe operaia francese ha incontrato ad assumere un ruolo politico proprio e a mettere concretamente in causa l'opportunismo delle sue organizzazioni, sem­brano provare che il recupero di un. ruolo rivoluzio­nario della classe operaia occidentale è assai meno lineare di quanto si vorrebbe credere. Non è insom­ma detto che la radicalizzazione delle masse sia desti­nata a sopravvivere ad una sconfitta, né che dalla crescita delle lotte rivendicative debba naturalmente compiersi il salto ad una più matura consapevolezza politica.

Merita piuttosto riflessione l'ipotesi che ci troviamo, in Francia e in Italia, ad una stretta, una fase di tran­sizione nella storia della classe: alla fine di un pro­cesso di formazione di nuovi strati operai, quando an­cora le tensioni sono estreme e i meccanismi di inte­grazione insufficienti. Di qui nasce una forte spinta, che si carica di significati politici per il maturare di nuove forme di contestazione del sistema in presenza della persistente tradizione politica della classe. Qua­lora tale spinta non trovi sbocco in mutamenti sostan­ziali dei rapporti generali di potere, politici e socia li, le nuove forme di contestazione rifluiscano, e quella tradizionale si logori, è possibile un riflusso grave, e di lungo periodo, proprio della spinta antagonista della classe operaia. Anche per questo ci sembra che lo scon­tro attuale difficilmente possa concludersi in modo inter­locutorio, così come difficilmente il processo di sviluppo della lotta di classe può essere mantenuto aperto da pure conquiste di tipo ri vendicativo. Si ripropone dunque il problema dello sbocco e dei rapporti di potere a livello politico.

 

Preparare lo sbocco politico nel corso della lotta rivendicativa

Non si tratta qui, ora, di discutere quale possa essere tale sbocco. Preme soltanto sottolineare un punto che riguarda direttamente la lotta contrattuale, sul quale, non a caso, sorvolano anche coloro che pur riconoscono la drammaticità dello scontro politico im­minente. Nessuno sbocco adeguato alla vastità del con­flitto può essere concepito come pura mediazione a livello parlamentare delle spinte rivendicative, come soluzione « politica » dei problemi aperti dalle lotte « sindacali ».

Si potrà parlare di uno sbocco effettivo soltanto e nella misura in cui nel corso della • lotta la classe operaia maturerà un più elevato grado di unità e consapevolezza politica, creerà un suo schiera­mento di alleanze, si costruirà forme di organizzazione adeguate al livello della crisi. Se si opererà cioè una saldatura reale e non verbale, intrinseca e non estrinseca della lotta rivendicativa con quella politica, se la lotta ri­vendicativa verrà condotta con la coscienza della dimen­sione dei problemi che è destinata ad aprire, lo sbocco verrà preparato con un reale mutamento dei rapporti di forza tra le classi. Di qui la necessità di una discus­sione sulle scelte che la direzione del movimento già oggi propone. Le più importanti paiono le seguenti.

a) Piattaforma rivendicativa. Tre aspetti della piat­taforma rivendicativa sono già oggetto di discussione tra i metalmeccanici. Anzitutto il consolidamento della struttura contrattua­le articolata. I lavoratori non hanno evidentemente bisogno di riaprire il capitolo delle procedure che, nei fatti, hanno brillantemente affrontato nella pratica delle lotte aziendali. Ma il padronato tenterà certo una controffensiva per strappare ai sindacati un impe­gno effettivo a che si discuta, ogni tre anni, e sia pure ai vari livelli, una volta sola, in modo che poi sia garantita la « pace sociale » nelle imprese. Le sue tat­tiche potranno essere diverse: la più probabile non è un attacco frontale ma piuttosto un'azione manovrata, come la concessione di aumenti « graduati nel tempo » o la stipulazione nelle grandi aziende di accordi « glo­bali » che tolgano dalla lotta i reparti più agguerriti della classe. Come che sia, un cedimento sostanziale su questo terreno significherebbe aprire la via a quel processo di mutamento della collocazione sociale del sindacato e di disgregazione della sua forza che già ha logorato tanta parte del sindacalismo occidentale.

Il secondo aspetto, il più controverso, della discus­sione riguarderà quantità e criteri degli aumenti sala­riali. Per la quantità le cose sembrano relativamente semplici poiché l'orientamento dei lavoratori è tale da imporre, almeno in partenza, il rifiuto di ogni vin­colo rappresentato dai recenti incrementi della produt­tività, e la lotta per uno spostamento sensibile nella distribuzione del reddito tra le classi. Ma in che cosa concretamente si tradurrà tale posizione metodologica?

I sindacati e i lavoratori sono d'accordo sul fatto che sia realistico avanzare richieste non molto superiori a ciò che si ritiene irrinunciabile e per cui si è decisi a battersi fino in fondo. Ma divergono abbastanza sull'entità di questa « richiesta minima »: dalle 50 orarie che propone il sindacato, alle 100 lire (e oltre) che propone la maggioranza degli operai. Una tale difformità lascia intravedere, nel sindacato, la preoccu­pazione di fissare fin d'ora la richiesta al punto in cui ritiene possibile il compromesso, tendeno conto dello stato attuale della mobilitazione e senza pre­occuparsi di forzare a fondo la combattività po­tenziale della categoria. Preoccupazione legittima se si dà per scontato che la « situazione » politico- eco­nomica generale non consenta oggi di superare certi limiti di rottura senza subire una sconfitta, ma che, appunto, denuncia una relativa chiusura « sindacali­stica ». Sarà questo probabilmente un punto di ten­sione nella consultazione di massa delle prossime set­timane.

Quanto ai criteri degli aumenti le cose sono ancora più complesse. Una forte spinta di base preme per aumenti eguali per tutti. I sindacati, pur lasciando aperto il problema, non nascondono l'ostilità verso tale impo­stazione e non mancano di convincenti argomenti per giustificarla. Un aumento egualitario, e dunque un ap­piattimento delle differenziazioni professionali può of­frire al padronato lo spazio per concessioni paterna­listiche di aumenti di merito e per la sollecitazione di spinte corporative nelle categorie più qualificate. E tuttavia sarebbe errato giudicare questa spinta eguali­taria come una pura manifestazione di primitivismo operaio. Essa mette in luce un problema reale grave. In Italia le differenze di reddito sono fra le più ac­centuate in tutto l'occidente. Non solo le divaricazio­ni sono scandalose tra strati privilegiati e masse, ma sono elevatissime anche all'interno della categoria dei lavoratori dipendenti e perfino fra lavoratori dipen­denti di uno stesso settore. Accade che la paga di un operaio che esercita una data mansione, per esempio il saldatore, nel solo settore meccanico possa variare del 300%. Non solo dunque la forbice dei salari è molto aperta, ma non corrisponde affatto al grado ef­fettivo di complessità e di logorio di un certo lavoro ^ In altri termini tutto il sistema dell'inquadramento professionale, fuori e dentro le categorie operaie è in crisi. Già oggi è evidente la formazione di strati sala­riati (impiegatizio-burocratici) relativamente privilegia­ti e, all'altro estremo, di vaste masse di «esclusi» (donne lavoratrici, lavoratori agricoli, emigrati): cioè una struttura del reddito da lavoro che divide profondamente la classe e distorce lo sviluppo economico.

Rispondere a tale problema solo con l'appiattimento delle rivendicazioni può essere pericoloso, e rispondere a tale problema solo con l'appiattimento delle rivendicazioni può essere pericoloso, e certo è insufficiente; ma è una risposta ancor più elusiva la­sciare che si perpetuino le tendenze in atto. Una bat­taglia a fondo contro il privilegio e per una corrispon­denza delle retribuzioni alle capacità e al sacrificio che nel lavoro si esprime, non può non partire dallo stesso terreno rivendicativo. E implica da un lato un riavvicinamento delle forbici parametrali, dall'altro una co­raggiosa apertura del discorso sulle qualifiche, sulle carriere, sulla mobilità professionale, sul collocamento, sull'istruzione: i temi fino ad oggi più sacrificati dalla prassi sindacale, e che invece comportano una forte capacità di unificazione della classe e conducono di­rettamente ad un discorso generale sulla società e la sua gestione.

Quali che siano le difficoltà immediate, la bandiera dell'eguaglianza nel reddito e nel sacrifi­cio può costituire una carta fondamentale della classe operaia per conquistare l'alleanza dei gruppi sociali esclusi, dare fondamento al suo discorso sullo sviluppo economico e slancio alla sua lotta ideale. Infine, si discute la questione dei diritti sindacali.

Nelle lotte degli ultimi anni la democrazia sindacale ha conosciuto un grande sviluppo ed è stata alla base dei maggiori successi. Si è però ancora lontani dall'aver costruito, in fabbrica, una struttura sindacale e  un tipo di movimento effettivamente in grado di fron­teggiare l'attacco che il padrone conduce giorno per giorno, reparto per reparto, con l'incessante riorga­nizzazione del lavoro. Questo problema diverrà vitale, e più difficile, nel momento di una controffensiva ca­pitalistica e di una eventuale crisi congiunturale, quan­do la spinta spontanea di massa, meno possente, po­trebbe meno efficacemente supplire ad un difetto di organizzazione. È quindi decisivo che, nel corso della lotta contrattuale, la classe generalizzi e consolidi le sue forme di organizzazione e di rappresentanza per­manente in fabbrica, si crei, e faccia riconoscere, una struttura di delegati di reparto, che garantisca la sta­bilità del potere effettivamente strappato e consolidi un nuovo rapporto tra la classe e le sue organizzazioni.

b) Forme e organizzazione della lotta. Questo proble­ma, di enorme importanza anche ai fini della costru­zione di uno sbocco politico, ha diversi aspetti. In primo luogo implica una scelta di prospettiva sulla concezione dell'assemblea operaia. A che cosa mira cioè, l'esperienza in atto di democratizzazione nella gestione delle lotte? Per ora essa si riempie di conte­nuti essenziali ma preliminari, quali la conquista della libertà di riunione in fabbrica e della discussione di massa delle scelte rivendicative. E più oltre? si pos­sono dare risposte diverse, cui corrispondono diverse scelte operative. L'assemblea operaia può essere con­cepita, anche per il futuro, come semplice istanza, di base e unitaria, delle organizzazioni sindacali: sede di controllo e di discussione sulle scelte rivendicative da parte di tutto il complesso dei lavoratori. In questa ipotesi, la direzione dell'assemblea spetta ai rappresentanti sindacali e la sua funzione resta vincolata ai problemi rivendicativi. Ma l'assemblea può essere anche concepita come il primo passo per la costru­zione di strutture, istituzioni di potere operaio, ad un tempo politiche e sindacali, organi di formazione dell'unità di classe; le quali, in fasi di normalità, ven­gono coordinati ed espressi dalle organizzazioni sin­dacali e politiche, ma che nelle fasi di acuto conflitto politico e sociale possono divenire la struttura di base di un. Nuovo potere statale in gestazione. Organi dunque che vengano strutturandosi al loro interno, sele­zionando una direzione autonoma, sviluppando inizia­tive e contatti a livello di tutta la società: operai-studenti, operai-intellettuali, operai-istituti rappresen­tativi.

È nostra convinzione che questo non solo sia l'unico modo possibile per realizzare la mobilitazione necessaria nella attuale fase di lotta, ma anche l'unico modo per costruire un blocco storico rivoluzionario ca­pace di unificare una classe operaia assai stratificata, e di raccogliere intorno ad essa uno schieramento di al­leanze necessariamente assai complesso. Una seconda scelta riguarda le forme di lotta. Dopo lo sciopero degli elettromeccanici del ’59, ma soprat­tutto negli ultimi due anni, le lotte sindacali sono ve­nute sperimentando metodi più radicali:  la manife­stazione di strada, lo sciopero a singhiozzo, la rego­lamentazione operaia dei ritmi, l'occupazione della fab­brica. Metodi certo non sconosciuti, ma propri finora piuttosto di battaglie difensive o disperate (licenzia­menti, serrate, ecc.). Di più: nella lotta si sono ve­nuti sempre più inserendo gruppi sociali e politici ester­ni alla classe e alle sue tradizionali organizzazioni (stu­denti, gruppi minoritari).

Nel « maggio » francese tutto ciò ha assunto proporzioni gigantesche; ma se è im­pensabile che meccanicamente si ripeta, sarebbe as­surdo ignorare che le prossime lotte contrattuali, se lo scontro diverrà acuto, porranno problemi analoghi. La cosa peggiore sarebbe che le organizzazioni sinda­cali fossero trascinate loro malgrado in forme di lotta radicali e poi cercassero di uscirne dividendo il fronte operaio. Sembra necessario avviare per tempo una di­scussione unitaria per definire una strategia e una tat­tica anche a questo proposito. Cosa può significare la prassi dell'occupazione o dello sciopero attivo in una vertenza non aziendale ma di categoria? E come otte­nere che gli studenti o altre avanguardie giovanili as­solvano nella lotta una funzione di stimolo e non di diversione?

Infine, le lotte contrattuali pongono l'esigenza di af­frettare i tempi dell'unificazione sindacale e la rendono più facile. Soprattutto nella categoria dei metalmec­canici, non si giustifica il timore di certuni che l'unifi­cazione comporti un compromesso sui temi rivendica­tivi. Nel vivo della lotta l'unità sindacale può essere promossa dal basso, per iniziativa di comitati di fab­brica che possono coordinarsi a livello di settore e trovare un interlocutore a livello nazionale. Anche qui è questione di decisione e di tempi: anticipare la maturazione spontanea delle cose così che i momenti più acuti dello scontro, e poi la controffensiva padronale, trovino il processo di unificazione abbastanza avanti da esserne, invece che indebolito, stimolato.

Tutto ciò non significa che si possa e si debba, ad ogni lotta contrattuale, « preparare la rivoluzione ». Forzare oltre il segno e sovrapporre astrattamente, come un do­ver essere, la logica della radicalizzazione politica a quella della lotta rivendicativa vorrebbe dire paraliz­zare un processo che può avere risultati decisivi su ogni piano. Tuttavia se, e solo se, le lotte contrattuali saranno condotte in modo da imporre certi contenuti  e certi livelli rivendicativi, da sperimentare nuo­ve forme di lotta, da far crescere esperienza e coscien­za delle masse, da costruire un tessuto di organismi di fabbrica unitari e autonomi, da accelerare l'unificazio­ne sindacale,  si saranno poste non solo le premesse per resistere alla controffensiva del capitale, ma anche per radicalizzare la crisi del sistema e prepararne uno sboc­co rivoluzionario.

            Per questo sono direttamente interessati a questa te­matica le forze e i movimenti politici della sinistra. Non  solo nel senso ovvio, e un po' generico, per cui loro compete di fiancheggiare la lotta rivendicativa con le proposte di nuovi equilibri politici e di una nuova politica economica nonché battendosi contro ogni tenta­tivo di repressione. Ma perché sono obbligate a defi­nire un loro proprio atteggiamento preciso e imme­diato di fronte al conflitto di lavoro che si apre. Le lotte non si sviluppano nel vuoto, risentono di un clima politico ed ideologico. Il loro esito dipenderà anche dalle scelte specifiche che verranno compiute dai par­titi di sinistra, dal movimento studentesco, dagli stessi gruppi minoritari. Ciascuno dei quali si troverà ad una scelta pregiudiziale e decisiva: vorranno « utiliz­zare » le lotte contrattuali solo per acquisire dei punti al proprio particolare disegno, per dimostrare la va­lidità dei propri temi di propaganda o per far maturare le proprie operazioni di vertice, ritenendo che non siano maturi i tempi per una saldatura effettiva tra lotta operaia e sbocco politico? Oppure, giudicando di trovarsi di fronte ad una lotta che, sostenuta fino in fondo e con intelligenza, può aprire la via per un positivo sconvolgimento del sistema, accetteranno di inserirsi in essa, di servirne la maturazione, di stimo­larne la logica, di ricercarne la vittoria?

 


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