numero 35  gennaio 2003

 

Sul caso italiano

IL VUOTO DELLA POLITICA 

Lucio Magri  

 

Sentiamo, credo, l'esigenza di fare un po' il punto sul 'caso italiano', con spirito di verità. Parlo di 'caso italiano' - in un momento in cui sovrasta il tema dello scontro internazionale - non solo perché è in esso che siamo direttamente coinvolti, e possiamo fare qualcosa, ma perché, con questa espressione non intendo indicare - come tanti hanno fatto e persistono a fare - un'anomalia, ma quasi il suo contrario. Una vicenda, cioè, nella quale, ancora una volta, si impongono prima, e in forma più acuta, tendenze e problemi, pericoli e occasioni, e dunque scelte, che già maturano anche altrove, almeno in Europa.

Su alcune di tali tendenze questa rivista ha azzardato previsioni e giudizi che ormai sono senso comune, ma, poiché ancora pochi ne traggono le conclusioni, giova tornare a riparlarne. Sono poi intervenuti, nell'ultimo anno, o sono imminenti nel prossimo, novità così importanti, e così contraddittorie tra loro, che impongono un aggiornamento e una valutazione complessiva.

Guardando ciò che avviene in Italia e nel mondo c'è poco da stare allegri. Incombe una guerra insensata, priva di motivazioni sostenibili rispetto ai suoi stessi obiettivi dichiarati, ma proprio perciò annuncio di un conflitto duraturo e crescente, sovversione permanente della legalità internazionale, ed espressione di una strategia imperiale, di un 'nuovo ordine' garantito anzitutto dalla supremazia militare. L'Italia vi sarebbe, e vi sarà, più o meno direttamente coinvolta. La crisi economica, pur senza precipitare, è ormai da quasi tutti considerata l'avvio di una fase non breve di stagnazione e, per l'Italia, misura una retrocessione già in atto: con tutti i suoi effetti sociali e civili. La democrazia politica, che formalmente sembrava estendersi a nuovi paesi, ora viene duramente contraddetta, anche là dove aveva grandi tradizioni, da misure eccezionali, o vanificata nel suo esercizio reale dalla corruzione delle rappresentanze, dalla prevalenza di poteri di fatto, dagli apparati di manipolazione del consenso. Infatti, quasi nessuno si sente tranquillo sul futuro.

Al tempo stesso riemergono, sempre particolarmente in Italia, anche alcune ragioni di speranza, per la ripresa dello spirito critico, sia nella cultura che nel senso comune, e per l'irrompere di lotte sociali e di passioni ideali che spezzano dopo anni un clima di conformismo e di rassegnazione, rimettono in campo il tema di una grande trasformazione, anzitutto tra i giovani. La contraddizione tra pessimismo nero e ripresa di fiducia attraversa per questo ciascuno di noi. È naturale che prevalga alternativamente l'uno o l'altro sentimento, in rapporto alla suggestione più recente, o alla esperienza diretta che ciascuno si trova in una certa occasione a vivere. Ed è naturale la tentazione di consegnare per intero il pessimismo all'immediato, e riversare la fiducia su un lontano e incerto futuro. Naturale ma ingannevole: perché le partite che immediatamente si giocano in una fase di crisi acuta già duramente segnano col loro esito il futuro, e reciprocamente l'esito di queste partite dipende anche dalla capacità di farvi agire una prospettiva, per quanto lontana, convincente.

Perciò occorre come mai, senza abbassare lo sguardo, tenere i piedi per terra, rifare continuamente il punto sulla situazione reale, riconoscere quanto sia aggrovigliata la matassa e cercare un filo con il quale cercare di dipanarla. Pensare in grande, guardare il concreto, e agire in tanti, in modo organizzato: fascino a volte ingannevole, fatica a volte  mortificante della vera politica di cui si è affievolito il segno anche nel paese di Macchiavelli e di Gramsci.

 

 

 

Cercherò di abbozzare una riflessione organizzandola in tre punti, per arrivare a una conclusione un po' meno prudente e problematica di quanto ormai mi spinga l'età e soprattutto mi vincoli il compito di coordinare il lavoro di un gruppo che dirige collettivamente la rivista e a cui partecipano persone autorevoli, di comune sentire, ma che hanno - e non nascondono - posizioni e responsabilità diverse.
Qual è lo stato di salute della destra al governo? Non buono, come avevamo già visto in fretta. Ma ora si può meglio valutare la progressione del male e anche il rischio di contagio.

Le difficoltà del governo si sono sviluppate in varie fasi e con il concorso di vari fattori, La prima fase è stata dominata da un elemento pregresso quanto assillante: la necessità di mettersi al riparo ad ogni prezzo dall'incombente pericolo delle pendenze giudiziarie, personali e collettive, reali o temute, con misure concitate, scandalose e smodate. Le leggi sul falso in bilancio, sulle rogatorie, le proposte di immunità e amnistie, fino alla legge Cirami, la frettolosa e impudente occupazione di ogni settore e livello dell'amministrazione e dell'informazione. Ciò ha subito risvegliato nel paese una preoccupazione democratica, che languiva, e creato un disagio anche nell'opinione moderata che di solito la vittoria di per sé invece trascina.

Contemporaneamente il governo, per arroganza, insipienza e fretta di soddisfare i sostenitori cui temeva di non poter dare tutto ciò che di esagerato e contraddittorio aveva promesso, ha compiuto due errori grossolani: la repressione di Genova, feroce quanto 'inutile'; e l'insistenza sull'abrogazione dell'Articolo 18, strappando una divisione tra i sindacati ma non il consenso della maggioranza dei loro iscritti, anzi riattivando una mobilitazione sociale destinata a saldarsi con la protesta democratica.

Ma il salto di qualità è avvenuto quando, avvicinandosi la finanziaria, esso ha dovuto fare i conti con una crisi economica che contraddiceva radicalmente la previsione su cui contava, che si ostinava ottusamente a non riconoscere, ma soprattutto che gli faceva venir meno le risorse per tener unite le due anime del suo blocco sociale, quella liberista e quella populista. La Confindustria chiedeva ormai molto di più dell'Articolo 18 (tagli alle pensioni, privatizzazioni, detassazione), la gente comune pressata sui prezzi, i salari, le tutele, attendeva lavoro, sovvenzioni, grandi opere; la Comunità europea ricordava ogni giorno i vincoli di bilancio da rispettare. La finanziaria ha dovuto così procedere allo sbando: taglio di voci di spesa e di investimenti che invece aveva promesso di aumentare - e comunque vitali (scuola, ricerca, giustizia, Mezzogiorno, territorio) -, detassazione irrisoria e dispensata ad arbitrio; infine, per realizzare comunque un equilibrio, lo sconsolante rimedio trovato con il solito e il più screditato strumento del condono, che, come si sa, apre un buco per il prossimo futuro più grande di quello che chiude. Contemporaneamente, la crisi FIAT non solo ha aperto un problema sociale drammatico, ma ha mostrato l'inconsistenza del mito secondo il quale un paese può rassegnarsi a restare senza grandi industrie manifatturiere, o che possa recuperare il suo declino senza riproporsi il tema di un intervento pubblico strategico.

Tutto ciò, oltre che far rinascere un'opposizione effettiva nel paese, ha determinato alcune rotture con interi corpi dello Stato - come nel caso della magistratura -; tensioni tra poteri centrali e governi regionali, sui quali ricadevano le difficoltà maggiori; la protesta di vertici accademici privati dal governo delle risorse indispensabili: dunque anche di settori della sua base di consenso. Il potere economico non solo si è reso più guardingo ma, come nel caso FIAT, ha mostrato di non potere offrire, anche se lo avesse voluto, un sostegno vero, perché anch'esso, pur avendo idee e interessi opposti, nella crisi è tormentato da lotte intestine feroci e spesso indecifrabili quanto quelle nei vertici dei partiti. Dunque un logoramento di consenso nel sostegno al governo, che si traduce in dissensi, soffocati ma crescenti nella sua maggioranza parlamentare. I sondaggi o le elezioni parziali ne accennano, ma non possono misurarlo, perché in prospettiva non possono registrare quanto, al momento di una verifica reale, può pesare alla fine il grado di mobilitazione e di convinzione di ciascuno schieramento. Tutto lascia presumere che al momento attuale - più che da un diretto passaggio di voti all'avversario, o da una rottura tra le forze politiche della maggioranza (che proprio il pericolo alla fine vincola) - il centro-destra sia minacciato dall'astensionismo dei suoi e dalla cresciuta volontà di chi gli si oppone di andare a votare anche se critica i suoi stessi rappresentanti, per buttarlo giù.

Battere Berlusconi, dunque - almeno io ne sono convinto - è possibile, malgrado tutte le televisioni e tutta la confusione che permane nel popolo profondo. Ma il problema è che occorre batterlo presto, se non con elezioni generali, che non vedo già nel prossimo futuro, né con ribaltoni o governi tecnici - che mi paiono, nella condizione attuale, oltre che improbabili, assolutamente pericolosi -, quanto meno in alcune battaglie importanti.

 

 

Perché - e qui le nostre previsioni sono da correggere - le difficoltà del governo non ne frenano l'iniziativa, né gli impediscono di far danni a lungo irreversibili. Non è vero, infatti, che Berlusconi non porti avanti un programma, né che non segni o possa segnare dei punti. Al contrario, per molti versi accelera e alza il tiro. È già passata in Parlamento, nella generale disattenzione, una legge delega sul lavoro che scavalca e svuota di fatto l'Art. 18, perché sancisce e generalizza la precarizzazione nel mercato del lavoro, e aiuta la Confindustria nel suo attacco frontale alla contrattazione collettiva e nazionale, su cui può trovare la complicità di una parte del sindacato. Stanno passando la legge delega e altre misure sulla scuola, che non solo sostengono la scuola privata ma cambiano natura alla scuola pubblica nei suoi stessi principi fondativi. Si è riaperta la questione delle pensioni con al centro il tema della privatizzazione. E, quando e come Bush vorrà fare la guerra, il governo italiano, più di altri in Europa, sarà al suo fianco. Infine, se non soprattutto, è già tornato in campo, con determinazione e tempi stretti, il colpo finale all'ordinamento costituzionale. La devolution non è solo grave in sé (particolarmente in un paese diviso tra tante diversità, con un'amministrazione dissestata e largamente privo di partiti capaci di unificarlo), tanto meno è un puro cedimento a Bossi. È invece la premessa per giustificare, come contrappeso, un rafforzamento del potere esecutivo centrale di cui sono annunciati i tratti: presidenzialismo, nuova riforma della legge elettorale (con spazio al proporzionale, ma truccato, perché sovrastato dalla elezione diretta, di tipo maggioritario, del governo); riforma della giustizia con la separazione delle carriere; nuovo equilibrio nel modo di designazione della Corte costituzionale.

Il governo insomma si trova in difficoltà che cresceranno, ma nel frattempo i guasti nel paese possono essere grandi (una grande questione nazionale), e la strada per fermarlo non è breve né priva di incognite.

Anche il movimento di opposizione nella società è cresciuto in quantità e qualità, parallelamente ai guasti che il governo produceva e alle sue difficoltà. Le speranze che vi avevamo riposto sono state confortate, le preoccupazioni espresse sulla sua tenuta unitaria sono state smentite.

Non è il caso qui e ora di ripetere analisi già fatte, o tentarne di più approfondite: perché si tratta in questo caso soprattutto di un movimento globale e di un fenomeno di lungo periodo, fucina di nuove culture e di nuove forme di organizzazione che hanno bisogno di indagini differenziate e di un dibattito teorico di più vasta portata. Ciò che mi preme è soffermami piuttosto, anche qui, sulla sua specificità italiana e sul ruolo che gioca, o potrebbe giocare nel concreto della crisi attuale.

La specificità sta nella sua ampiezza, nella pluralità di forze sociali e culturali che coinvolge o trascina, nella immediata politicità che assume, anche se e quando rifiuta le attuali forme della politica ed estende la sua critica ai comportamenti di quasi tutte le forze che vi agiscono. Nulla di analogo è riscontrabile in altri paesi europei, dove pure la destra ha recentemente vinto.

Anche su questo terreno c'è stata un'evoluzione, in un solo anno, sorprendente: Genova, Assisi, il 23 marzo e il 16 aprile, il 14 settembre, Firenze.

In ogni passaggio lo schieramento si è esteso (dai no global alla CGIL ai girotondi), i fattori di divisione (le forme di lotta) sono stati contenuti o per ora accantonati, si è sviluppato un contagio tra i temi di lotta (la critica della globalizzazione liberista, la difesa della democrazia, del garantismo e dell'autonomia della magistratura, l'Articolo 18 con tutto ciò che simboleggia, il sostegno ai lavoratori FIAT, infine e soprattutto il no alla guerra).
Radicalità di valori e concretezza di obiettivi.

Della sua pluralità come ricchezza già troppo si è detto: la novità che sorprende è la spinta unitaria che non solo comincia a riunire il popolo di sinistra, ma riesce a parlare a un'opinione più vasta e tuttora spoliticizzata. Restano ancora giacimenti non adeguatamente sfruttati: ad esempio il disagio del mondo della scuola (sensibile, malgrado tanti insegnanti e studenti siano in piazza su altri temi) o questioni cruciali ancora in ombra, che restano perciò delegate a vertici inaffidabili (la unificazione europea, che pure procede per la sua pessima strada, o la questione dell'assetto costituzionale, difficilmente evitabile).

Già ora però il movimento si presenta come un fattore potente, la leva necessaria di una vera svolta politica, anzi direttamente pone obiettivi e discriminanti - non solo stimoli e domande - a una opposizione e a una alternativa rispetto al governo. E ne ha, a sua volta, bisogno.

Proprio per questa specificità che ho sottolineato, esso non può, infatti, reggere e svilupparsi ulteriormente senza trovare riscontro - pur ribadendo la sua autonomia - in una rappresentanza politica adeguata e senza strappare risultati, difensivi e offensivi, reali. Una sua parte può certo lavorare, più o meno fecondamente, anche in un'ottica solo di lungo periodo. Ma per altre componenti, anzitutto quella del mondo del lavoro che è stato il tessuto connettivo e la base di massa dell'intero movimento, non è così. Può, ad esempio, avanzare per la FIAT una soluzione diversa dall'attuale 'liquidazione-spezzatino' senza un intervento pubblico, non occasionale e assistenziale, ma capace di una strategia industriale di alto profilo, connessa a un ripensamento della mobilità? Si può arrivare a firmare un contratto dei metalmeccanici sulla base della sua piattaforma coraggiosa senza una lotta generale contro una Confindustria, che si augura di non firmare nulla, e senza una svolta di politica economica che faccia dei diritti del lavoro e del salario una propria risorsa?

 

 

Ma lo stesso vale anche per altri settori in movimento. Può l'ambientalismo credibilmente assumere come suo asse le energie alternative, il governo del territorio, la selezione dei bisogni, senza che avanzino scelte che implicano, subito, risorse, ricerca, modifiche della priorità dei consumi, cioè scelte politiche, anzi di governo, al centro e alla periferia? Può, il movimento per la difesa della democrazia (i cosiddetti 'girotondi') evitare di segnare il passo su giustizia e conflitto di interessi, e giustamente rifiutare ogni 'inciucio' costituzionale con questa maggioranza, se non puntando sul successivo referendum e dunque senza che si delinei una piattaforma alternativa per vincerlo?

Sono tutti nodi che impongono allo stesso movimento di chiarirsi e di fare passi avanti, ma non si possono sciogliere senza spostamenti significativi nell'orientamento e nel comportamento delle forze politiche. Sento con irritazione ripetere che il movimento da solo non basta: affermazione in sé giusta, banale, anche se non più ovvia: ma a condizione che corrisponda alla volontà di dare al movimento e alle sue sacrosante ragioni una risposta adeguata e realista, e non esprima invece, come esprime, una sotterranea diffidenza, e la cinica volontà di usarlo senza ascoltarlo. È dunque necessario vedere e dire che su questo terreno il 'caso italiano' è arrivato ad un limite, oltre il quale o si apre uno spiraglio o si prepara una sconfitta più grave e un nuovo riflusso.

Proprio qui, sul terreno della politica e del ceto che la rappresenta, sta il buco nero nell'attuale caso italiano.

La crisi della sinistra, e del centro-sinistra - malgrado le difficoltà del governo e la vitalità del movimento che gli si oppone nel paese -, nella sostanza si è approfondita.
Sappiamo tutti che questa crisi ha origini storiche e teoriche ormai lontane, e ha radici oggettive nella società italiana e mondiale; sulle quali è indispensabile tornare ad indagare perché sia le nostalgie assolutorie sia le frettolose liquidazioni risultano sempre meno convincenti. Non è su questo aspetto però che posso e voglio ora soffermarmi. Mi limito a porre qualche esempio sorprendente, che indica tuttora la debolezza della riflessione finora prodotta. Come si spiega che tanti fra coloro che avevano seriamente creduto alla necessità di una rottura culturale - dalla socialdemocrazia alla liberal-democrazia -, e nella nuova vitalità e razionalità del mercato, nel nuovo ordine mondiale, ora si mostrino tanto sorpresi e afasici di fronte alla realtà dei fallimenti del mercato, dei guasti nel modello istituzionale anglosassone, della guerra permanente? Come si spiega che tanti di coloro, su diversi versanti, che di fatto hanno accettato di considerare il Novecento come un cumulo di errori e macerie, combattano oggi per difendere con i denti le conquiste strappate in quell'epoca? Come si spiega il ricorrente insistere sul fatto che lo spazio per ogni tipo di riformismo ormai non esiste - regalando a D'Alema e Rutelli questa parola - e contemporaneamente si battano per politiche neo-keynesiane o parziali interventi pubblici nella proprietà e nella gestione di alcune imprese - tutti classici obiettivi del riformismo classico -, considerandoli opportuni e possibili? Come si spiega che il generale rifiuto del partito e dell'organizzazione, di cui si teme il verticismo, produca invece spesso e tanto rapidamente nuove forme di leaderismo e di centralizzazione, che il vecchio movimento operaio aveva messo molti decenni per assumere? Contraddizioni clamorose che di per sé dimostrano come i conti sulla storia e sulla teoria non tornino ancora.

Vorrei piuttosto insistere su ciò che tormenta e limita la sinistra nella fase più recente.

Dopo la sconfitta del 2001, la sinistra italiana si è soffermata un momento a discutere un po' più di quella europea. Nelle forze maggiori e più colpite - tra i DS soprattutto - certo si è rifiutata l'ipotesi di una svolta strategica; ma si è manifestata un'opposizione più ampia e più esplicita, che ha reso la maggioranza più incerta. L'avvio del movimento che li investiva direttamente, e da molti versanti, è poi sembrato promettere qualche novità maggiore. Infatti, ad esempio, l'intera CGIL ha compiuto una svolta che contribuiva non poco alla ripresa del conflitto sociale, e i 'girotondi' ostacolavano la tendenza ad una opposizione parlamentare accomodante. Da tutti è stata, di conseguenza, espressa la convinzione e la speranza di un nuovo e più largo schieramento.

Rifondazione, dal canto suo, è andata oltre, e ha tratto dai movimenti più radicali lo stimolo di una vera svolta politico-culturale, che la portava - a mio parere oltre il segno - ad una vera rottura rispetto a quel continuismo comunista, su cui era nata. Al movimento, con intelligenza, ha dato un aiuto senza prevaricarlo, e ne ha tratto un aiuto, ma senza riuscire ancora comunque ad uscire da una situazione di minorità politica né acquisire una vera forza attrattiva.

 

 

Negli ultimi mesi, però, il quadro è mutato, in una direzione contraria a quella verso cui le cose sembravano e dovevano spingere. Sia sulla questione della guerra (il voto sugli alpini), sia su quella del mercato del lavoro (la flessibilità) è partita una controffensiva delle componenti moderate dell'Ulivo che riproponevano la linea di sempre: ma in forma più accentuata nei contenuti (sì alla guerra se avallata dall'ONU, critiche all'Art. 18 e neutralità nelle divisioni del sindacato, fino alla recente disponibilità a una trattativa con la maggioranza sulle questioni costituzionali), più esplicita nel costruire forme di sostegno organizzative interne ed esterne; più aggressiva nel delegittimare le minoranze che le si oppongono, intimidite e incerte sul come reagire. Proseguendo su questa strada, si può dire che già ora l'Ulivo non solo non ha più un tessuto comune e condiviso, ma l'ipotesi di una convergenza minimamente seria con Rifondazione e con i movimenti viene compromessa. Si punta piuttosto tutto sul declino di Berlusconi, sulla riconquista di settori moderati, sulle difficoltà di Rifondazione ad andare alle elezioni da sola e dei suoi elettori ad astenersi, sulla riduzione dell'ampiezza e della radicalità del conflitto sociale.

In sé questa scelta a me pare - oltre che sbagliata - molto debole e poco promettente, perché sega il ramo su cui siede, smobilita cioè quanto realmente si è attivato nel paese, e soprattutto perché non fa minimamente i conti con i problemi reali aperti dalla crisi economica e da quella internazionale. Essa ha un solo punto di forza: il fatto di essere l'unica perseguita apertamente e aggressivamente dentro l'Ulivo, e l'unica che offre una risposta - seppure illusoria - a un problema assillante del ceto politico diffuso, ma che giustamente assilla anche tanta parte degli italiani: come vincere le future elezioni.

L'altra linea che le si potrebbe opporre è quella di una nuova coalizione, più larga, più coraggiosa e ragionevolmente spostata a sinistra e legata ai movimenti reali. Essa è molto più forte non solo rispetto alle elezioni ma anche al problema del che fare, se si dovesse vincerle.

L'opposizione nel paese è, infatti, unita su alcuni 'no' irrinunciabili: il no alla guerra e al neounilateralismo, il no a un neoliberismo fondamentalista, alla liquidazione dello Stato sociale, alla precarizzazione crescente del lavoro; il no alla politica leaderistica, spettacolarizzata e tuttora corrotta, professionalizzata. Dei 'no' che però parlano a una maggioranza dell'opinione, a molti strati sociali e a molte tradizioni politiche, anche nel campo moderato. Le cose stesse spingono e permettono di tradurre questi 'no' in un programma, che coniughi radicalità di prospettiva e riforme praticabili. Bush ad esempio porterà avanti la strategia imperiale, ma già dal suo primo atto, l'Iraq, è destinato a suscitare tanti dissensi e a pagare tali prezzi in termini di isolamento, di instabilità, di costi economici che possono incrinargli le alleanze e il consenso, fino a toccare il fronte interno americano. Il tema della radicale riforma delle istituzioni politiche ed economiche internazionali, di una nuova strategia rispetto al Sud del mondo, della politica di pace, legalità e disarmo, è sul tappeto, concreto e riconosciuto. La stagnazione economica, come crisi di domanda, già suggerisce misure di redistribuzione del reddito e di nuove priorità nel consumo (salario, freno alla precarizzazione, consumi sociali); come crisi dell'offerta e della sua qualità, suggerisce misure di intervento pubblico di tipo nuovo, per programmare investimenti strategici di lungo periodo in settori in cui il mercato fallisce (revisione radicale quindi del Patto di stabilità, del ruolo dominante della finanza e delle politiche monetariste, ricerca scientifica, risanamento del territorio, energie alternative). Il corrompimento e la decadenza delle istituzioni politiche costringono ad abbandonare la strada del modello anglosassone e della americanizzazione della politica: non dunque la miscela di autoritarismo e localismo, ma partecipazione, motivazioni ideali, consenso duraturo (non presidenzialismo in qualsiasi forma, ma proporzionale, resa più stabile dallo sbarramento e dalla fiducia costruttiva; una giustizia più garantista ma più certa, celere; ed eguale democrazia sindacale). Il degrado morale e civile, oltreché il ritardo dell'innovazione tecnologica, chiedono non solo una difesa della scuola pubblica, ma una sua trasformazione radicale: non mercatizzazione dell'insegnamento, ma formazione dello spirito critico e polivalente, dell'imparare ad imparare, asse formativo ed educazione permanente, premessa anche per l'uso civilizzante e non imbarbarente e manipolatorio dei nuovi media.

E così via, su quasi tutte le questioni: idee forza per un riformismo forte sono a portata di mano. Non ancora un programma alternativo all'attuale assetto capitalistico, ma punti di convergenza significativi, tali da modificarne la direzione e limitarne il potere. Le cose stesse possono dar loro credibilità, e i vari e differenziati settori del movimento possono sostenerli efficacemente nel paese e modificare gli orientamenti anche all'interno dell'Ulivo (delle componenti cattoliche sulla pace, tra i laici democratici sulla giustizia e sull'informazione, tra settori dei DS sui temi del lavoro). La stessa grande popolarità di Cofferati è un indizio e una vera risorsa per una simile battaglia (a condizione che non sia assunta come un patrimonio da amministrare, o non spinga all'attesa di Godot).

Perché il percorso di Lula, malgrado tutte le difficoltà che incontrerà, non può apparire oggi vincente rispetto a quello fallito di Cardoso?

 

 

E tuttavia questo processo politico non si avvia. Il campo della politica è tuttora in altre mani. Perché, io credo, l'intero sistema politico è malato. Non mi riferisco ora alla crisi della politica in generale, che è fenomeno gigantesco e di lungo periodo, ma, anche in questo caso, a una specificità italiana. I maggiori partiti del centro-sinistra non sono più solo dei cattivi partiti, come ovunque nel mondo. Sono dei 'non partiti'. Prodotti improvvisati e continuamente rimaneggiati dopo il grande crollo degli anni novanta, ciascuno di essi non rappresenta solo una tendenza diversa e una specifica base sociale da coalizzare, ma ha raccolto e tiene insieme al suo interno quasi tutte le culture e gli interessi possibili. Sono, insomma, coalizioni contraddittorie e posticce tenute insieme da tradizioni sepolte e ormai rese inerti. Tutti rivolgono grandi appelli all'unità al proprio interno e tra loro, cercano di inventare istituzioni e procedure che la garantiscono, esorcizzano la sciagura delle scissioni, ma nei fatti, la scissione è una pratica quotidiana, ognuno si muove come gli pare e detesta il compagno, non si discute sulle grandi questioni nelle sedi delegate, ma si litiga nelle dichiarazioni sui giornali e con la misura dei giornali, ciascuno fa male a se stesso e all'insieme. Ciò rende il confronto confuso e mediocre, rattrappisce i cervelli, azzera il dialogo, paralizza l'iniziativa. Coalizioni nella coalizione, tenute insieme soprattutto da calcoli e opportunità elettorali.

Paradossalmente, sull'altro versante della sinistra avviene il contrario, ma con esiti analoghi. Tra i molti che pure si trovano a contatto con i movimenti, e pensano, dicono, cercano di fare cose affini sui temi essenziali, anziché attivarsi una tendenza all'aggregazione, una solidarietà, un dialogo sereno che permetta di sciogliere dissensi reali, o di trasformarsi reciprocamente, si accendono competizioni organizzative, si moltiplicano giornali, riviste, associazioni e fondazioni rivolte a fondare sedi di ricerca che separano cervelli e risorse già scarse. Alcuni antipatizzano tra loro, altri si ignorano. Proprio l'esatto contrario di ciò che avviene nel movimento ed è generalmente apprezzato.

Intendiamoci, in questo si riflettono differenze reali che nel movimento possono coesistere, sul piano politico molto meno: ad esempio la differenza tra chi considera che una forza e uno sbocco politico siano necessari e chi invece propende alla teoria 'dell'esodo'. Ma ci sono anche gli ostacoli più banali: l'orgogliosa soddisfazione di ciò che si è costruito anche se si sa che non basta, la diffidenza di chi è relativamente isolato e non vuol essere fagocitato, o peggio, le incrostazioni di antichi conflitti, e la prudenza di apparati nei quali i ruoli sono già conquistati: e che vogliono vita tranquilla.

Questo è il circolo vizioso da rompere. Se esistesse, alla sinistra della liberal-democrazia variamente collocata, un'area politica credibile per qualità di proposta e per quantità di forza, tutto il quadro, e la stessa dinamica politica potrebbero cambiare sul serio. Ma io sono ormai persuaso - ecco la conclusione un po' estrema - che per romperlo occorra recuperare una buona dose di 'spirito di scissione'. So bene di usare un'espressione che suona provocatoria. E in parte lo è, perché sconta anche delle separazioni, più o meno a breve termine a seconda del corso degli eventi. Ma vorrei ricordare che, quando Gramsci inventò questa espressione, non si riferiva particolarmente a sbrigative scelte organizzative, che anzi rinviò a lungo e considerò anche poi come un costo e non una soluzione.

'Spirito di scissione', egli pensava, piuttosto come rottura rispetto allo spirito dei tempi, alla cultura dominante, e a una sinistra confusa e rissosa (il 'circo Barnum'). La necessità che si ripropone anche oggi è dunque quella di riordinare l'assetto politico della sinistra e del centro-sinistra in Italia, secondo un principio di realtà, senza escludere in via di principio separazioni tra incompatibili, ma procedendo subito e anticipatamente non solo a unire, nei tempi e nei modi più efficaci, gli affini, ma ad avviare subito un confronto più sereno e a cercare una più effettiva convergenza unitaria anche con coloro dai quali ci separa, ed altri ancora. Separarsi per unirsi e per unire, con serenità e poche manovre.

Due anni fa, sulla rivista, anticipammo in questo senso una proposta, quella di un processo costituente di una vera forza politica della sinistra alternativa. Nella mia testa non l'ho archiviata, perché continuo a pensare che una trasformazione sociale - oggi più che mai - abbia bisogno, sia pure in forme nuove, di un'organizzazione politica permanente, non solo rappresentanza istituzionale di precisi interessi e forze sociali che ne sono oggi privati, ma legata ad un progetto di lungo periodo, con una teoria e una identità culturale: intellettuale collettivo, che forma una nuova leva dirigente e costruisce un blocco storico, che aiuta la lotta di classe a fare il salto dalla dimensione economico-corporativa a quella etico-politica. Perché il termine egemonia è diventato spregiativo?

Quella proposta non ha funzionato, forse perché l'idea di fondo che la ispirava era contestabile o comunque prematura. Il tema resta comunque sul tappeto, acquista più peso perché un arco di forze più ampio e variegato deve e può assumerlo, e di riflesso il processo si complica. Ma mi chiedo e chiedo: non è possibile almeno che tutti coloro direttamente impegnati in politica che convergono sul no alla guerra, al neoliberismo, al presidenzialismo, non potrebbero apertamente compiere qualche passo oltre la pura e occasionale unità di azione, e costruire sedi comuni di ricerca, dibattito, iniziativa, al centro e sul territorio, proporsi come punto di riferimento articolato ma unitario al movimento, lavorare a un programma, circoscritto ma coerente, per una 'nuova coalizione' che possa battere Berlusconi senza somigliargli? Qualcosa che riprenda una vecchia idea (la 'convenzione per l'alternativa') di un'area politica plurale ma convergente? Questa rivista potrebbe contribuirvi.

Mi rendo ben conto che con questa pedante e ossessiva attenzione a un che fare concreto e insieme complessivo, con questa velleità di avanzare proposte senza avere forze da mettere in campo, rischio il ridicolo. Allora mi consolo ricordando una bella e sconosciuta frase di Santa Teresa de Jesús: "So che niente dipende da me, ma parlo e agisco come se tutto dipendesse da me". Lei aveva il privilegio di essere una grande mistica, non un anziano politico.


blog comments powered by Disqus